

La scena diventata virale di Encounters at the End of the World e la 2016 challenge hanno conquistato i social (e noi che li guardiamo) in quest’apertura di 2026. Le piattaforme hanno raggiunto una nuova era: quella in cui cominciano a leggere anche le nostre paure per il futuro
Lo abbiamo già soprannominato il pinguino nichilista. Un animale che spesso suscita simpatia e goffagine, per una volta è diventato portavoce di qualcosa di più profondo, di una sensazione che, forse, abbiamo ignorato per troppo tempo e che oggi, alla luce di uno scenario internazionale che incute più paura che speranza, chiede il conto.
Stiamo parlando della scena diventata virale e tratta dal documentario Encounter at the end of the world di Werner Herzog. Un prodotto che uscì nel 2007, in Italia non disponibile su nessuna piattaforma (ma chissà che il clamore suscitato in questi giorni non spinga qualcuno a inserirlo frettolosamente in catalogo), da cui è stato estrapolato un momento che sta andando oltre il semplice meme pronto all’uso.
La fuga nichilista del pinguino
Nella scena, che potete vedere nel video in alto, c’è un pinguino che cattura l’attenzione durante le riprese del documentario. Un pinguino all’improvviso, inspiegabilmente (almeno per noi) decide di allontanarsi dalla sua colonia e, speditamente, intraprende il percorso opposto, verso le montagne, lontano dalle aree di approvvigionamento di cibo.
Una decisione suicida, verrebbe da pensare: questo pinguino si sta allontanando dai suoi simili e dalle fonti per il proprio sostentamento di sua spontanea volontà. Un gesto che spiazza il pubblico e lo stesso regista che, nel fare il voiceover della scena, la chiude con un semplice quanto potente “ma perché?”.
La natura diventa meme

Non è la prima volta, ovviamente, che una scena proveniente dal mondo animale cattura l’attenzione dei social. Siamo però così assuefatti da reel di cani e gatti nelle mura delle case di chi li riprende che vedere un animale, da solo, in un luogo che offre condizioni di vita estremamente difficili, decidere di andare contro la propria natura, ci trova impreparati.
Perché fino ad oggi siamo stati noi, con i nostri smartphone, a controllare (o almeno così ci piace pensare) la fauna che ci circonda. Riprendiamo animali domestici come se fossero attori di una sit-com, dedichiamo a loro pagine social da migliaia di views, immortaliamo animali che vivono in simulacri delle proprie case naturali all’interno degli zoo o ci divertiamo a riprenderli mentre facciamo un safari, tornando a casa con un bottino di like assicurato.
L’animale che diventa meme è diventata una merce social neanche troppo rara, ma sicuramente efficace: abbiamo trasformato la natura in un contenuto, editato ad arte, che con la giusta colonna sonora e sottotitolo regala ai nostri account quindici minuti prolungati di celebrità.
Questo pinguino scardina in parte il sistema: perché se è vero che si presta a contenuti social tra l’ironico e il riflessivo, al tempo stesso il suo gesto non può ottenere la giusta spiegazione. Solo interpretazioni, condivisibili o no, condivise nella fretta di dover fare parte del trend virale del momento. Ma se sotto ci fosse qualcosa di più?
Il pinguino siamo noi
Questo meme non parla davvero di morte o nichilismo. Parla di ritiro. Di quella voglia di silenzio, di uscire dal rumore continuo, dalle aspettative, dalle notifiche, dal dover avere sempre una direzione chiara. Lo leggiamo come una pausa mentale trasformata in immagine.
Il pinguino di Herzog non ci dice, dunque, che la vita non ha senso. Ci dice qualcosa di molto più umano: che a volte, semplicemente, non ne possiamo più. E finché non troviamo un modo nuovo e credibile di raccontare il futuro, continueremo a condividere meme così.
Lenti, malinconici, un po’ ironici. E, forse, quel gesto lo interpretiamo come un atto di coraggio che vorremmo avere anche noi: mollare tutto, girarci dall’altra parte, scappare. Da cosa o da chi non importa, la vera domanda è: potremmo farlo?
La fuga dal presente: la 2016 challenge
È curioso che questo meme esploda proprio ora, poco dopo che sui social è esploso un altro trend: la nostalgia per il 2016. Le “2016 challenge”, i video con le canzoni di quegli anni, le foto di come eravamo, i montaggi con Vine, Snapchat, le estati infinite e un’idea ricorrente nelle didascalia, quella che tutto fosse più semplice. O così ci piace ricordare.
Secondo alcuni il 2016 ha segnato un prima e un dopo: è l’anno in cui il Regno Unito mette in atto la Brexit, ovvero l’uscita dall’Unione Europea; è l’anno in cui Donald Trump viene eletto per la prima volta a Presidente degli Stati Uniti; l’Italia scopre l’omicidio di Giulio Regeni. Eventi che non si sarebbero conclusi a fine anno, ma che hanno profondamente deviato il corso della storia nazionale e internazionale, aprendo di fatto un nuovo corso che, poi, con l’arrivo degli anni Venti, ha stravolto le nostre vite.
Insomma, ricordiamo con così tanto affetto il 2016 perché forse è stato l’ultimo anno in cui veramente eravamo senza pensieri e il futuro non ci destava così tanta preoccupazione. E ricordarlo così ossessivamente non è solo un modo per celebrarne la cifra tonda dei dieci anni, ma un modo collettivo per dire: torniamo lì. Anche solo per un attimo.
Se i social diventano cauti
Forse, allora, questi trend non ci dicono solo che siamo diventati malinconici. Forse siamo diventati cauti. Il futuro, che una volta sembrava una promessa, oggi è raccontato come qualcosa di fragile, incerto, a volte ingestibile. E quando il futuro fa paura, succede una cosa molto semplice: si smette di guardarlo in faccia. Si abbassa lo sguardo, si rallenta, ci si isola un po’, e a volta si scappa. Esattamente come fa quel pinguino.
E forse è per questo che il pinguino nichilista funziona così bene insieme alla nostalgia del 2016. Da una parte guardiamo indietro, dall’altra immaginiamo qualcuno che si allontana da tutto. In mezzo ci siamo noi, che non sappiamo bene dove stiamo andando, ma sappiamo benissimo da cosa vorremmo riposarci.
Se negli anni abbiamo imparato a riconoscere il lato dei social network che racconta la realtà là dove i media tradizionali non arrivano -dai video delle proteste di Minneapolis alle immagini diffuse in rete di tragedie come quella di Crans-Montana- oggi sembriamo essere entrati in una fase diversa. Una fase in cui le piattaforme non amplificano più solo la spensieratezza, il cambiamento o la rabbia, ma diventano megafoni di un sentimento più sottile e pervasivo: l’incertezza.





