

Una nuova vita su Canale 5 è solo l’ultima di una serie di titoli che preferiscono la montagna alla città: una scelta dettata da ragioni economiche e non solo
Per anni la televisione italiana ha raccontato nelle sue serie tv l’Italia urbana: dai vicoli di Napoli protagonisti de I Bastardi di Pizzofalcone, Mina Settembre e Il Commissario Ricciardi alle periferie romane di Nero a metà e I Cesaroni fino ai grattacieli milanesi di Doc-Nelle tue mani e Blocco 181. E poi Suburra, Gomorra, Romanzo criminale o Cuori, che hanno fatto della città (sia nel suo aspetto più contemporaneo che in quello del suo passato) la vera protagonista, specchio di un Paese in crisi, metropoli crude e vertiginose.
Ma negli ultimi cinque-sei anni qualcosa è cambiato. La provincia italiana, e soprattutto la montagna (le Dolomiti, le Alpi e valli isolate) stanno diventando il nuovo grande set della serialità italiana. Non più solo uno sfondo pittoresco e da fiaba, ma motore narrativo, luogo di rifugio, di segreti, di comunità che resistono.
È un trend che unisce Rai e Mediaset, dunque le fiction mainstream, ma anche le piattaforme come Netflix, con numeri che parlano chiaro: solo nel 2024, la Trentino Film Commission ha registrato 245 giorni di riprese, con investimenti che superano i 3 milioni di euro.
Una nuova vita per Anna Valle in montagna
Cominciamo dal caso più recente: Una nuova vita, fiction di Canale 5 con Anna Valle e Daniele Pecci, in cui la protagonista deve dimostrare la propria innocenza nel caso dell’omicidio del marito, per cui ha scontato otto anni di carcere e, soprattutto, perso la fiducia del figlio.
Quattro episodi da 100 minuti ciascuno, realizzati con la Trentino Film Commission e girati tra San Martino di Castrozza, Primiero e Val Canali. Luoghi che regalano paesaggi incontaminati e che ben si affianco al concept della serie, ovvero la ricerca di una nuova vita, appunto.
Il modello “Un passo dal cielo” e i suoi eredi polizieschi
Tutto è iniziato, però, con Un passo dal cielo, fiction co-prodotta da Rai e Lux Vide (quest’ultima, va detto, è una delle case di produzioni italiane più lungimiranti del nostro Paese) che dal 2011 a oggi ha generato otto stagioni e un universo narrativo stabile. San Candido e Lago di Braies prima, poi San Vito di Cadore: le Dolomiti sono diventate sinonimo di giallo soft, famiglia allargata e armonia con la natura.
Lo schema già applicato con successo in Don Matteo è stato replicato qui con altrettanti successo: non conta più solo il protagonista (tanto che in otto stagioni se ne sono succeduti tre, Terence Hill, Daniele Pecci e Giusy Buscemi) ma anche il contesto in cui agisce.
Da questo successo numerose altre storie hanno deciso di sfruttare le vette come location ideale per i propri racconti: altro caso emblematico è stato Black Out – Vite sospese (Rai 1, due stagioni), che ha trasformato la Valle del Vanoi in un’ambientazione da thriller nevoso e claustrofobico.
Brennero (Rai 1) ha invece ambientato un crime al confine italo‑austriaco, con la lingua tedesca e i paesaggi alpini come elementi di tensione, un confine che in sceneggiatura si è tradotto con la diversità dei due personaggi protagonisti. C’è tensione anche in Vite Sospese (Rai 1, 2020), con la fuga dalla città di un’apparentemente tranquilla famigliola, che si rifugia in Alto Adige per trovare la verità.
Non possiamo dimenticarsi di Rocco Schiavone, il cui burbero carattere dalla forte impronta romanesca si scontra con la mitezza e la semplicità dei luoghi della Valle d’Aosta in cui viene mandato “per punizione”: una combo perfetta, tanto che il pubblico dopo aver apprezzato i libri di Antonio Manzini ha gradito anche la serie tv con Marco Giallini, di cui è attesa la settima stagione.
Dal libro alla tv, grande accoglienza anche per la saga di Ilaria Tuti con protagonista Teresa Battaglia, interpretata da Elena Sofia Ricci e ambientata nel tarvisiano, tra vallate e montagne che nascondono segreti passati pronti ad affiorare ed essere risolti.
Montagne da paranormale e da racconto storico
La versatilità di questi luoghi la si riscontra nei vari generi affrontati dai set che sono stati ospitati in quota. In Curon (Netflix, 2020) è stato usato il lago di Resia in Alto Adige per un horror soprannaturale che sfrutta il folklore locale e il celebre campanile sommerso. Il costume drama è stato invece protagonista con la Trento di inizio ‘900 ne La dama velata (Rai 1), tra misteri e sentimenti di un’altra epoca.
La vallate montane però non sono solo semplice natura incontaminata: i luoghi più lontani dalle città conservano anche dolorosi ricordi legati alla Storia del nostro Paese. Ecco che, allora, la montagna cambia volto e da rassicurante cartolina per il pubblico a casa diventa una lavagna naturale su cui scrivere lezioni da non dimentica.
In questi anni i casi più emblematici provengono tutti dalla Rai che con Fuochi d’artificio di Susanna Nicchiarelli sulle Alpi piemontesi (dove quattro adolescenti partigiani vivono l’avventura della Liberazione fra fortezze e sentieri) o il recente Prima di Noi, saga familiare dal 1917 al 1978 girata nelle Dolomiti friulane.
E al cinema? Il caso Vermiglio
Non è solamente la tv ad essersi accorta della potenzialità della montagna sullo schermo. Il film Vermiglio di Maura Delpero (2024), Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia e poi selezionato per rappresentare l’Italia ai Premi Oscar del 2025 nella sezione del miglior film internazionale, è diventato un vero e proprio caso.
Il successo del film ha dimostrato come da una realtà piccola, ma ben organizzata, possano formarsi idee universali, capaci di toccare le corde emotive di un pubblico internazionale. E, per essere più concreti, garantirsi anche delle ricadute economiche non indifferenti.
Un investimento che torna
Le Film Commission (in primis quella trentina e friulana) che agevolano i set sul proprio territorio non lo fanno solo per la gloria, ma anche perché consapevoli che avere una vetrina di qualche settimana su una rete nazionale può contribuire molto allo sviluppo economico della propria area.
Il caso più significativo è proprio quello di Vermiglio, che ha portato una ricaduta economica di oltre 750mila euro nei 30 giorni in cui la troupe è stata impegnata in Val di Sole, ben più del doppio rispetto al contributo di 288mila euro concesso (Fonte: Ufficio Stampa Provincia di Trento).
I benefici non si hanno solo durante la lavorazione del film o della serie (grazie all’assunzione di numerose persone del luogo), ma anche dopo: i luoghi che fanno da sfondo a indagini, misteri e amori diventano meta dei telespettatori che sognano di vivere una vacanza immersi in quegli stessi luoghi.
E i territorio lo sanno bene: prendendo ancora ad esempio il caso di Vermiglio, il Comune trentino subito dopo il successo della pellicola ha cominciato ad organizzare dei tour nel borgo, permettendo ai visitatori di scoprire da vicino i luoghi chiave del film e conoscerne meglio la storia.
Non una novità: pensiamo alla Sicilia vista ne Il Commissario Montalbano e alla quantità di spettatori che ancora oggi, ad anni di distanza dall’ultimo episodio andato in onda, continuano ad organizzare gite nei luoghi del Commissario interpretato da Luca Zingaretti. O, tornando in quota, al Lago di Braises che ha ospitato le prima stagioni di Un Passo dal Cielo, diventato meta per 400mila visitatori all’anno.
È crisi per le città?
Sicuramente la metropoli post‑Covid è satura di caos, criminalità, alienazione: tematiche che allontanano il pubblico generalista, in cerca di svago davanti al piccolo schermo; la montagna offre invece rifugio, comunità e ritorno alle origini.
In fondo, questa “montagna‑mania” dice molto dell’Italia che vuole raccontarsi: non più solo capitale caotica, ma Paese diffuso, alpino, resiliente. E mentre il capitolo urbano continua a vivere la sua strada, la neve potrebbe essere il futuro della nostra tv.





