

I grandi insegnano in vita e in morte: gli omaggi alla carriera di Baudo – non tutti proprio all’altezza, diciamocelo – hanno un vantaggio, riportare in tv la storia, sempre più bistrattata come un peso ma essenziale per capire l’oggi e immaginare il domani. E la storia della tv sembra ancor più un valzer di quei corsi e ricorsi cari a Vico
La miopia prepotente dei contemporanei è quella di non guardarsi indietro, liquidando il passato come ‘superato’, in tutto. E invece basta poco per rendersi conto quanto i tempi cambino stratificandosi più che evolvendosi. Anche in tv.
Basta imbattersi in un Tik Tok del profilo SanremoRai nel giorno della morte di Pippo Baudo per rivederlo, spigliatissimo, accogliere i telespettatori nel suo primo Sanremo, quello del 1968, con un “Buonasera” e un’introduzione che non avrebbe stonato neanche 40 anni più tardi; basta andare un po’ su YouTube e trovare altri spezzoni di quel Festival – restaurato e disponibile con diversi corollari interessanti su RaiPlay – in cui Pippo si ‘scusa’ (ma poi non tanto) per la lunghezza delle serate; basta fare una ricerca sul web per recuperare i Radiocorriere del 1968 e cercare quello della settimana di Sanremo per restare stupiti dalla contemporaneità della sua copertura allora – o dalla vecchiaia di quella attuale, a seconda dei punti di vista – e leggere come veniva presentato, commentato, raccontato quello che era già l’evento musicale e televisivo d’Italia, alla sua 18esima edizione.
“Sanremo è Sanremo, perdere un po’ di sonno fa anche bene…”
“So che ci seguite con particolare simpatia anche se facciamo le ore piccole. D’altra parte il Festival è il Festival, Sanremo è Sanremo… perdere un po’ di sonno fa anche bene…“: così Pippo Baudo apriva la seconda serata di Sanremo 1968 rispondendo alle ‘polemiche’ di chi nel 1968 si lamentava dell’eccessiva durata dell’evento.
Già la sera prima, aprendo la 18esima edizione, Baudo aveva invitato i telespettatori ad “accomodarsi in poltrona, tranquillamente“, a non “litigare con i bambini se non vogliono andare a letto, tanto è il Festival di Sanremo, se vogliono fare tardi fa niente…”
@heart.beat.magazi Un estratto della prima delle tredici edizione del festival di Sanremo condotta da Pippo Baudo Credit video : sanremorai (Instagram) #pippobaudo #sanremo
In un palinsesto che aveva negli sceneggiati la maggior durata, una serata di due e più ore era un’eternità. Il restauro di quella edizione, disponibile ora su RaiPlay, ci permette di verificare la lunghezza delle serate: la prima, con le prime 12 canzoni eseguite, durò poco meno di 2 ore e 10; la seconda, con Louis Armstrong ospite (peraltro tagliato, come raccontò più volte lo stesso Baudo), si attestò su una durata simile mentre la finale arrivò a 183 minuti, tre ore. Una roba per allora fuori scala, ma che oggi invece testiamo quotidianamente e che ha raggiunto con i Sanremo di Amadeus vette memorabili: curioso che lo stesso Amadeus abbia adottato di fatto le stesse parole usate da Baudo nel 1968 per rispondere alle polemiche di fronte a scalette con le 2 come orario di chiusura. Sanremo è Sanremo e se si dorme poco, pazienza….
Il Radiocorriere ci racconta un Sanremo più che contemporaneo

La prima serata di Sanremo 1968 su Secondo Programma
Ci sono diverse cose che colpiscono di quel primo Sanremo baudiano: il suo ingresso in corsa, la sua già citata spigliatezza, la ‘difesa’ dello spettacolo fuori schema, e anche il suo orario di inizio.
In questo ci aiuta iil Radiocorriere. La prima serata andò in onda giovedì 1° febbraio sul Secondo Programma alle 21.15: un kick-off che fa già anni 2000, con una prima serata alle 21 (per la terza e ultima serata, trasmessa dal Programma Nazionale, oggi Rai 1) o 21.15 che sembra già più che moderna. Con le prime due serate del Festival sul Secondo Programma, il Programma Nazionale offriva la propria programmazione di punta: “Tre storie in bottiglia” (un documentario sulla produzione enologica italiana) e Tribuna Politica giovedì 1° febbraio, Tv7 e la serie “La parola alla difesa” venerdì 2 febbraio. Sabato 3, invece, gran finale sul Programma Nazionale, ma con diretta al via già alle 21.00, come anticipato.
La marca baudiana si fece sentire subito; con un inizio alle 21 e la fine a mezzanotte, Sanremo 1968 bruciò la seconda serata. Sempre il Radiocorriere ci ricorda che gli orari erano identici l’anno prima, con le prime due serate dalle 21.15 sul Secondo Programma e una finale dalle 21 sul Programma Nazionale, con l’esecuzione della canzone vincitrice fissata alle 23.15: due ore e via. Di quella finale è stata recentemente recuperata una parte, anch’essa ora disponibile su RaiPlay. Ma quello del 1967 fu un Festival drammatico: la morte di Luigi Tenco
1968, un Sanremo giovane con vecchie/nuove dinamiche
Baudo era “uno dei conduttori preferiti dai giovani“ per il suo modo di superare la ‘messa cantata’ del Festival, ma non infastidiva gli ‘adulti’. Del resto bisognava rompere con il drammatico precedente, bisognava svecchiare la liturgia e i suoi sacerdoti e in più il clima stava cambiando sul piano sociale e politico a livello internazionale. Il bisogno di rompere col passato è sicuramente nella scelta del conduttore e nel lavoro di selezione dei brani in gara, come testimonia il racconto che Renzo Arbore, allora nella commissione selezionatrice, fece proprio al Radiocorriere. Il settimanale intitolò quel pezzo con “Un Festival giovane senza essere beat“, insomma senza épater le bourgeois, soprattutto per la scelta dei discografici di presentare canzoni melodiche per andare sul sicuro, come raccontò proprio Arbore. Quel pezzo si apre con una dichiarazione che oggi sembra fantascienza letta su un giornale: “Le canzoni da giudicare erano 227: una cinquantina opera di amici comuni, una ventina raccomandate “da gente importante”, il resto era opera di sconosciuti e, probabilmente, erano le canzoni migliori”.
Non meno interessante, anzi, l’articolo a firma di S.G. Biamonte che mette nero su bianco i ‘pacchetti’ di scambio tra organizzazione e case discografiche per compilare il parterre di cantanti in gara, con le teste di serie come Mina, Rita Pavone, Gianni Morandi, Caterina Caselli e Bobby Solo assenti (i primi addirittura “cronici”) e tanti cantanti stranieri contattati per entrare nella gara a eliminazione che avevano gentilmente declinato l’invito.
Tensioni interne all’organizzazione – con un braccio di ferro tra Ravera e Radaelli che sembrava avrebbe portato all’addio del primo al Festival… -, condizioni poste dai cantanti per la partecipazione al Festival: il Sanremo 1968 raccontato dal Radiocorriere non sembra poi tanto distante da quelli che sarebbero seguiti decenni dopo.
“C’è chi dice che s’è fatto troppo largo alle “voci nuove”. Però bisogna tenere presente che qualcuno (come Al Bano, la Sannia, Leali) è arrivato a Sanremo a furia di juke-box e di Settevoci. Qualche altro ci arriva per la strada delle alchimie discografiche. I bene informati, ad esempio, assicurano che se non avesse detto di sì a Lara Saint Paul, Ravera non avrebbe avuto Louis Armstrong, Sarah Vaughan e Lionel Hampton. Inoltre non è un mistero che Celentano usa condizionare i propri interventi alla presenza di qualche suo protetto (e in questo momento, dopo la rottura di Adriano con Don Backy, il prediletto è Pilade)”
scriveva Biamonte, che riportava anche le polemiche sui costi dei ‘superospiti’: Armstrong e Vaughan sarebbero costati 50.000 dollari, circa 31 milioni dell’epoca, 15 milioni Lionel Hampton, 10 milioni Wilson Pickett. I superospiti sono sempre stati cari.
Nota a margine: l’articolo sulla regia radiofonica che segue è una roba da collezione.
Grazie Pippo, anche per questo
Tutto questo per dire cosa? Che il ricordo porta con sé la memoria. Ogni fotogramma di e con Pippo è una miniera d’oro, tanto più che mai come in questa epoca abbiamo accesso diretto ai documenti. Possiamo (ri)vedere, e (ri)vivere, momenti che molti genitori di oggi non hanno neanche vissuto e potuto tramandare, possiamo leggere cronache e racconti di prima mano digitalizzati e disponibili,. Insomma possiamo studiare la storia e capire meglio quello che sta succedendo oggi. Magari partire dalla tv è più facile… Pippo era uomo di grande cultura, necessaria per poter parlare a tutti e per portare rispetto a tutti. E anche solo un breve reel su Tik Tok può essere lo spunto per scoprire cose che sembrano lontanissime, ma che ci fanno capire un po’ più le dinamiche di oggi.
Fine del pippone.