

Prendete il format di This Is Us e applicatelo all’ironia surreale ma esistenzialista di BoJack Horseman. Raphael Bob-Waksberg ha creato una nuova serie tv animata che conquista al primo episodio e che, speriamo, ci terrà compagnia a lungo
Famiglia e tempo sono due concetti estremamente connessi. Perché una famiglia cresce e cambia con il tempo che passa, e il tempo diventa la fonte primaria per una famiglia per selezionare quei ricordi che, un domani, daranno sostanza al proprio nucleo: dalle tradizioni ai momenti più tristi, dai ritrovi “forzati” a quelli spontanei che fanno di quei legami qualcosa di più di semplici legami parentali.
Dan Fogelman ce lo aveva spiegato molto bene con This Is Us e la sua narrazione tra passato, presente e futuro della famiglia Pearson. Ora, immaginate di prendere una narrazione simile e di applicarla al genere cartoon, usando il linguaggio della comedy per adulti per veicolare un messaggio che vada oltre la semplice battuta. Raphael Bob-Waksberg (colui a cui dobbiamo BoJack Horseman, piccolo fenomeno capace di guadagnarsi due nomination agli Emmy Awards) non solo ci ha provato, ma ci è anche riuscito: e così Long Story Short è quella serie tv di Netflix di cui poco si parla ma che dovete assolutamente vedere.
Di cosa (e come) parla Long Story Short?
La premessa di questa comedy è molto semplice: seguiamo le vicende della famiglia Schwooper, cognome che deriva dalla crasi dei due genitori. Da una parte, la matriarca Naomi Schwarts (doppiata da Lisa Edelstein, la Dr.sa Cuddy di Dr. House) e il marito Elliot Cooper (Paul Reiser, Innamorati Pazzi): la coppia ha avuto tre figli, Avi (Ben Feldman, Superstore), Shira (Abbi Jacobson, Broad City) e Yoshi (Max Greenfield, popolare per il ruolo di Schmidt in New Girl).
La narrazione di queste vicende prende però una piega differente rispetto alle altre family comedy: ogni episodio è infatti ambientato in un anno specifico della lunga storia di questa famiglia, dagli anni Novanta al presente post-pandemico, senza per forza seguire un ordine cronologico.
Ergo, il pubblico viaggia letteralmente nel tempo conoscendo prima i tre fratelli Schwooper da piccoli, nell’episodio successivo da adulti e poi da adolescenti. Nel mezzo, tutta una serie di situazioni, incontri e scelte di vita che hanno condizionato (o condizioneranno) le loro esistenze. Con uno sguardo al passato e alla famiglia, la cui forza evocativa è maggiore di quella del tempo che passa.
La doppia anima di un cartone animato
La base di partenza di Long Story Short non è più originalissima, dopo il successo ottenuto da This Is Us. Eppure, l’idea di viaggiare da un’epoca all’altra con una famiglia e comporre di episodio in episodio l’evoluzione dei vai componenti resta affascinante. Il merito va ovviamente a una scrittura brillante e ad un’ironia che permea tutto il progetto, senza trasformarlo in una banale comedy familiare.
Long Story Short, proprio come BoJack Horseman, riesce ad agganciare il pubblico partendo da una premessa abbastanza insolita e a una sfilza di battute che divertono e che rientrano in pieno nel canone del genere Made in Usa. Poi, però, proprio come con BoJack Horseman, sviluppa una doppia anima: se da una parte la vena comedy e a tratti surreale resta dominante, dall’altra si intuisce subito che Bob-Waksberg non vuole scrivere solo una comedy, ma usarne il linguaggio per veicolare altri messaggi.
Una “breve storia lunga” delle nostre famiglie
Nel caso di Long Story Short, i principali destinatari siamo tutti noi, in quanto tutti membri di una famiglia. Come ci hanno cambiato e influenzato le nostre famiglie? Quanto c’è delle esperienze passate vissute da piccoli, dei “no” pronunciati dai nostri genitori o dei piccoli traumi provocati dai nostri fratelli e sorelle nelle scelte che compiamo oggi, da adulti indipendenti e (si spera) responsabili?
La “breve storia lunga” pensata da Bob-Waksberg è un perfetto esempio di come le famiglie siano tutte differenti e tutte uguali al tempo stesso. Nelle vite di ciascuno di noi gli episodi più memorabili ci riportano sempre alla famiglia, che agisce per o contro di noi prendendosi totalmente la scena di ogni momento che viviamo.
E’ interessante, in questo senso, notare lo stile usato dalla serie nei momenti in cui i personaggi principali interagiscono in situazioni all’interno di altre persone: gli altri diventano semplici disegni di sfondo, monocolore e immobili. Una scelta che dà maggiore luminosità ai movimenti dei protagonisti e alle loro parole. Perché, se ci si pensa bene, quando si ricorda un episodio familiare, quello che accade è proprio questo: tutti il resto diventa un sottofondo utile solo a creare un contesto dentro cui le nostre vite hanno compiuto passi in avanti.
La forza del ricordo
L’altro grande protagonista della serie è il ricordo: i salti temporali richiesti dal format fanno della memoria e della forza del ricordo una compenente essenziale per capire il senso di questo racconto. Long Story Short è sì la storia di una famiglia o di tutte le famiglie, ma anche un elogio all’importanza dei ricordi e del passato.
Ogni evento che oggi ricordiamo con più o meno affetto ci ha portato a diventare chi siamo oggi, e merita rispetto: ma a decidere se il passato ci debba tormentare o aiutare a vivere il presente dobbiamo essere noi. Per quella che potrebbe essere una lunga saga familiare ma che, nel suo formato, predilige i racconti brevi ma incisivi, proprio come piccoli episodi di vita, la partenza è stata ottima.
Long Story Short ha già ottenuto il rinnovo da Netflix per una seconda stagione, dando così al progetto un respiro maggiore e la giusta prospettiva a quello che, come tutte le storie familiari, ha il sapore di un racconto che ha ancora molto da dire, tra risate e momenti di riflessione.