Il lutto per Dawson e Brenda: perché le morti delle star dei teen drama ci fanno male come fossero amici perduti?

Da James Van Der Beek a Shannen Doherty, il lutto per chi non abbiamo mai incontrato ruba la nostra innocenza eterna. E la parasocialità si rafforza nell’era dei social

@unshow.it E' morto James Van der Beek, il Dawson Leery di "Dawson's Creek". Aveva 48 anni. #serietv ♬ audio originale - Unshow.it

La notizia giunge come un fulmine a cielo sereno: “È morto”. La nostra attività, anche se poco, si interrompe, fissiamo il vuoto, proviamo un senso di dolore che ci porteremo dietro fino a fine giornata. La sensazione causata da un lutto riguarda la condizione umana, non c’è niente di strano.

Diventa insolita quando la persona per cui stiamo vivendo il nostro cordoglio non era qualcuno che conoscevamo di persona. Non un parente, un amico, un vicino di casa, neanche un conoscente che viveva nel nostro stesso quartiere o paese, ma un personaggio famoso.

A tutti è capitato di essere molto addolorati alla notizia della dipartita di un attore, di una cantante, di uno stilista, di un regista o di una scrittrice. Tutte figure che fanno parte del mondo dell’arte e dello spettacolo, ma che non abbiamo mai incontrato davvero di persona e, se ci è capitato, è stato solo in occasioni pubbliche come convegni, presentazioni e concerti. Mai, insomma, un’occasione di stringere con quelle persone che ora non ci sono più un vero legame umano.

La notizia della morte di James Van Der Beek, il mitico Dawson Leery di Dawson’s Creek, ha colpito tutti coloro che hanno vissuto la propria adolescenza accompagnati dai personaggi di questo teen drama e che sono letteralmente cresciuti con loro. La fine della serie ha segnato molti, tanto che rivedere unito il cast nel settembre scorso per una lettura teatrale del copione del pilot ha mosso i cuori dei fan.

James Van Der Beek rientra tra quegli interpreti che hanno accompagnato una generazione negli anni più delicati della propria crescita, dando magari a volte risposte a domande sul proprio presente o infondendo la speranza di poter guardare al futuro con ottimismo. Interpreti che, quando scompaiono, non possono non lasciare un insolito vuoto, proprio come se fossero persone che abbiamo davvero conosciuto. E i casi, purtroppo, non sono pochi.

Quei personaggi che erano la nostra adolescenza

Dawson Leery, con i suoi monologhi, era il ragazzo sensibile che ci faceva sognare amori impossibili sotto le stelle d’estate. Brenda Walsh e Dylan McKay di Beverly Hills, 90210, invece, incarnavano la ribellione chic contro il mondo adulto, tra party e drammi familiari che rispecchiavano i nostri primi conflitti. Santana Lopez e Finn Hudson di Glee ci portavano invece nei corridoi di un liceo corale, dove bullismo, coming out e sogni musicali si intrecciavano con la nostra fragile identità in formazione.

Questi personaggi non facevano solo parte di un intrattenimento seriale, ma erano diventate icone della nostra adolescenza o prima fase adulta, punti di riferimento mentre affrontavamo il caos ormonale, le prime delusioni, le scoperte su noi stessi.

Pensavamo che quell’innocenza, quel senso di possibilità infinita che rappresentavano e ancora oggi rappresentano grazie alle repliche e alle maratone streaming, fosse eterna. I personaggi (e i loro interpreti: James Van Deer Beek, Shannen Doherty, Luke Perry, Naya Rivera e Cory Monteith) erano custodi immortali di un’età che credevamo al riparo dal tempo: l’adolescenza ribelle, spensierata nelle sue tragedie finte, dove tutto finiva sempre con un bacio o una canzone uplifting. La loro morte spezza questo incantesimo. Dovremmo però essere consapevoli della lontananza tra noi e loro, eppure stiamo male come se fossero persone a noi vicine. Ma come mai accade questo?

Parasocialità: il lutto per fantasmi familiari

C’è un termine che definisce questo fenomeno: parasocialità, coniato nel 1956 dai sociologi Donald Horton e Richard Wohl per descrivere l’illusione di intimità che gli spettatori televisivi provano verso personaggi dello schermo, come se fossero amici o familiari reali, in un legame rigorosamente unilaterale (perché noi li conosciamo o crediamo di conoscerli, ma non si può dire altrettanto di loro nei nostri confronti).

Parasocialità è stata elevata a parola dell’anno 2025 dal Cambridge Dictionary proprio per il suo balzo nel lessico comune, spinto dall’affezione che spesso proviamo verso personaggi di spicco dei social media e addirittura verso l’Intelligenza Artificiale. Gli influencer, star e avatar digitali amplificano queste connessioni asimmetriche, dando al temine parasociale una rinnovata connotazione.

Un funerale collettivo

A ben vedere, siamo tutti vittime di parasocialità: non abbiamo incontrato questo personaggi dal vivo (salvo rare occasioni) nè abbiamo mai scambiato neanche due parole in DM, eppure li sentiamo “nostri”, proiezioni dei nostri traumi adolescenziali, desideri inconfessati o risate.

Dawson Leery ci confidava i suoi dubbi amorosi dal molo, Brenda Walsh lottava per la sua indipendenza, Finn Hudson ci spronava a non smettere di credere: loro parlavano a noi, o così volevamo pensare. La loro scomparsa spezza quell’incanto unilaterale, rubandoci il pezzo di innocenza che avevano in ostaggio.

Questi personaggi dello spettacolo, tanto vicini a noi quanto estranei al tempo stesso, quando scompaiono ci costringono a crescere di colpo, realizzando che l’adolescenza, quella che abbiamo vissuto realmente e non quella replicabile di episodio in episodio, non è un rifugio eterno.  Si sviluppa così un lutto parasociale, viscerale e collettivo, dove i social riversano clip virali trasformando il dolore privato in un funerale online che ci lega, ma ci segna per sempre.

Un’eredità che ci plasma ancora

In un’epoca di contenuti effimeri, inoltre, queste scomparse ci ricordano il potere duraturo dei teen drama. In replica la mattina o in streaming, li riguardiamo con un nodo in gola, sapendo che Van Der Beek non tornerà nella prossima stagione di Overcompensating o che Doherty non tornerà per un reboot di Streghe.

La parasocialità ci ha illusi di un’immortalità condivisa, ma la realtà ci lascia anche più consapevoli, costringendoci a metabolizzare la nostra adolescenza e quella dei personaggi che abbiamo amato, rendendoci più adulti. E forse, nonostante questa consapevolezza, restiamo un po’ più grati per le ore rubate alla realtà, davanti a schermi che ci hanno fatto sentire meno soli.

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