I Tudors: la serie che ha riscritto il dramma storico e ha anticipato in tv la politica del letto del Trono di Spade
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Il 21 gennaio 2026 Prime Video fa tornare in catalogo la serie I Tudors. In quest’articolo ripercorriamo la storia di una produzione che nel 2007-2008 riaccese la popolarità di un genere, quello del dramma storico in costume, aprendo la strada ad altri fenomeni televisivi

Quando ancora le serie televisive d’oltreoceano arrivavano spesso e volentieri sulle ammiraglie della tv generalista con un anno di ritardo e dopo il passaggio sulle pay tv, quando ancora l’assalto delle soap turche nemmeno era nelle più assurde fantasie dei dirigenti, quando l’epoca streaming era lontana, si sceglievano le Veline di Striscia la notizia tra le piazze italiane e dall’altra parte c’era La Botola di Fabrizio Frizzi.

Era l’estate 2008 e Canale 5 tentava di importare il modello del grande dramma storico internazionale in prima serata. Il 10 luglio debuttava la serie I Tudors (The Tudors), la saga di Enrico VIII tutta incentrata sulle sue infedeltà e con una buona dose di finzione a scapito del realismo, sotto il titolo evocativo di I Tudors – Scandali a corte. Il 21 gennaio 2026 la piattaforma streaming Prime Video tornerà a proporre nel suo catalogo le quattro stagioni de I Tudors. È quindi l’occasione per ripercorrerne la storia. Una storia che ha riscritto il genere del dramma storico, aprendo la strada ad altri intrighi, guerre e scandali, come quelli narrati pochi anni più tardi dall’adattamento televisivo del fantasy Il Trono di Spade.

Le novità de I Tudors

Sono trascorsi quasi 20 anni dal debutto originale su Showtime nel 2007. Michael Hirst, l’ideatore de I Tudors, scelse di allontanarsi dalla rigidità accademica dei drammi BBC favorendo il racconto degli scenari politici e carnali, un modello che avrebbe poi trovato la sua consacrazione globale nella serie Il Trono di Spade.

Hirst, che si affermerà poi con Vikings, ha approcciato la materia storica non con lo zelo del documentarista, ma con l’istinto del drammaturgo shakespeariano post-moderno. La sua tesi di fondo era semplice: la storia non è una sequenza di date e trattati, ma il risultato di passioni umane disordinate, spesso irrazionali. La sceneggiatura ha presentato errori storici, assassinii immaginari, non per superficialità ma per andare incontro al flusso degli eventi narrati (e per un lavoro di finzione, che appunto non ha pretese documentaristiche, su questo ci si può permettere di sorvolare).

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La serie, prodotta da Showtime Networks e girata quasi interamente in Irlanda, ha completamente ridisegnato l’immaginario di Enrico VIII, che per la coscienza collettiva era il monarca obeso e tirannico dei dipinti di Hans Holbein. Si è scelto piuttosto di riflettere la percezione che egli aveva di sé: virile e infallibile. Ecco che in fase di casting, per ritrarre un Enrico VIII giovane e atletico (oltre la plausibilità storica), la scelta finale per il volto protagonista cadde su Jonathan Rhys Meyers.

Sempre a proposito di estetica, anche in questo caso la scelta del team di Hirst fu quella di allontanarsi dal realismo sporco per creare un mondo che fosse visivamente opulento, grazie ai costumi di Joan Bergin e a location come la Christ Church Cathedral di Dublino e Killruddery House.

La politica del letto prima de Il Trono

Prima che Il Trono di Spade rendesse celebri le scene di nudo o sesso esplicito in televisione per fare da sfondo a dialoghi espositivi sulla trama politica (il mondo della critica s’inventò il termine sexposition per riferirsi a questo espediente narrativo), la serie I Tudors in qualche modo preparò il terreno in anticipo, almeno in tv, istituzionalizzando una pratica che si può definire “la politica del letto”.

Negli episodi de I Tudors il sesso non è un semplice intermezzo erotico, quanto il vero motore della politica. L’accesso al corpo del Re equivale ad ottenere potere, anche nell’ambito delle alleanze internazionali. La camera da letto di Enrico VIII è, a tutti gli effetti, la sala del consiglio più importante del regno. Questo approccio ha sdoganato presso il pubblico generalista l’idea che la “grande storia” non si faccia solo sui campi di battaglia, ma tra le lenzuola.

Quando Cersei Lannister nella serie Il Trono di Spade usa la sessualità come arma, o quando Ditocorto gestisce i suoi affari in un bordello, stanno percorrendo sentieri narrativi che I Tudors aveva già ampiamente battuto in televisione, mostrando come la lussuria di un monarca potesse letteralmente ridisegnare la mappa religiosa d’Europa con il famoso scisma anglicano. C’è da ricordare, ovviamente, che il romanzo su cui si basa Il Trono di Spade (Il gioco del trono di George R. R. Martin, 1996) precede I Tudors e che il lavoro di Hirst può essere stato influenzato da Martin. Ma è anche vero il contrario: l’opera di Martin si ispira fortemente alla realtà storica, ad esempio la Guerra delle Due Rose.

I Tudors e Il Trono di Spade: cosa hanno in comune

  • Il Re Usurpatore e Edonista: Robert Baratheon condivide tratti fondamentali con l’Enrico VIII maturo di I Tudors. Entrambi sono monarchi che hanno conquistato o consolidato il potere con la forza e il carisma, ma che si rivelano disinteressati all’amministrazione quotidiana, preferendo la caccia, le donne e il vino. Entrambi “eroi” in cerca di gloria.
  • La Regina Ambiziosa e Manipolatrice: Il parallelismo tra Anna Bolena (interpretata da Natalie Dormer) e Margaery Tyrell (interpretata, di nuovo, dalla stessa Dormer) è il più evidente. Entrambe le figure rappresentano la “nuova donna” politica: intelligente, istruita, capace di usare le aspettative patriarcali contro gli uomini stessi. Tuttavia, mentre Anna Bolena è un personaggio tragico guidato da una disperata necessità di sopravvivenza, Margaery è una calcolatrice. La Dormer ha portato in Westeros l’esperienza accumulata alla corte Tudor, creando una linea di continuità diretta tra le due performance.
  • L’Arrampicatore Sociale Machiavellico: Thomas Cromwell (James Frain) è il precursore spirituale di Petyr “Ditocorto” Baelish. Entrambi sono uomini di bassa estrazione (Cromwell figlio di un fabbro, Baelish di un piccolo lord) che usano l’intelletto superiore e l’assenza di scrupoli morali per manipolare l’alta nobiltà che li disprezza. La loro ascesa e la loro gestione del caos come opportunità sono identiche.
  • Il cast delle serie tv: Oltre a Natalie Dormer, di cui abbiamo scritto poco sopra, c’è da sottolineare la presenza di Ian McElhinney (Barristan Selmy ne Il Trono, Papa Clemente VII in I Tudors) e la curiosità storica riguardante Tamzin Merchant (Catherine Howard in I Tudors) che fu inizialmente scelta come Daenerys Targaryen nell’episodio pilota mai andato in onda de Il Trono di Spade, prima di essere sostituita da Emilia Clarke.

Gli uomini in I Tudors

Snello, scuro di capelli, con tratti quasi femminei. Jonathan Rhys Meyers è quanto di più lontano dall’Enrico VIII storico. La sua performance è costruita sull’instabilità. Il suo Enrico non è un monarca calcolatore, ma un uomo dominato da impulsi violenti e da un bisogno patologico di validazione. Nelle stagioni finali, quando il trucco invecchia il suo volto ma il corpo rimane quello di un trentenne, si crea un effetto straniante che simboleggia la disconnessione del Re dalla realtà: quando il suo regno va verso la decadenza, lui si crede ancora il giovane principe dell’estate del 1518.

Prima di diventare Superman o Geralt di Rivia, Henry Cavill ha prestato il volto a Charles Brandon, Duca di Suffolk. Mentre Enrico diventa sempre più tirannico, Brandon evolve da compagno di gozzoviglie a statista disilluso. La sua lealtà al Re è costantemente messa alla prova dalle atrocità. Cavill offre una performance di sottrazione, fatta di sguardi di disapprovazione che non possono diventare parole, rappresentando la tragedia di chi non può smettere di servire un uomo mostruoso.

Sam Neill interpreta Thomas Wolsey, un “principe della Chiesa” nel senso più letterale. È opulento, arrogante ma genuinamente devoto alla grandezza dell’Inghilterra. Neill ne riflette perfettamente la personalità. La sua parabola è tragica, anche se diversa dalla realtà storica.

James Frain porta in scena Thomas Cromwell, un tecnocrate ante-litteram, architetto del terrore giudiziario. La serie non cerca di renderlo simpatico, ma ne sottolinea l’efficienza spietata. Anche per questo personaggio la fine sarà tutt’altro che gloriosa, macchiata di grande irriconoscenza.

Le donne in I Tudors

Ogni regina consorte porta con sé un cambio di tono, di estetica e di politica nella serie. Caterina d’Aragona (Maria Doyle Kennedy), Anna Bolena (Natalie Dormer), Jane Seymour (Annabelle Wallis), Anna di Cleves (Joss Stone), Catherine Howard (Tamzin Merchant), Catherine Parr (Joely Richardson) hanno contribuito a dare un tono diverso per ciascun episodio e arco temporale de I Tudors in cui erano presenti. Una serie che si potrebbe definire “matriarcale”, perché da ognuna di loro dipendevano le sorti della storia generale, pur avendo in comune sempre l’essere legate a un uomo, re Enrico VIII.

La prima moglie è il cuore morale della prima stagione. Maria Doyle Kennedy offre una performance monumentale, dipingendo Caterina non come una vittima passiva, ma come una leonessa politica, figlia di Isabella di Castiglia. La scena del tribunale a Blackfriars, dove si inginocchia davanti a Enrico ma rifiuta di riconoscere la corte, è uno dei picchi della serie.

La performance di Natalie Dormer è ampiamente considerata la definitiva Anna Bolena moderna. Dormer evita la trappola di interpretarla solo come una seduttrice o, poi, una vittima. La sua Anna è una creatura politica complessa, nevrotica ma brillante. La serie dedica ampio spazio alla sua lenta discesa nella paranoia dopo la nascita di Elisabetta, fino agli atti finali della seconda stagione, che rimarranno iconici per crudezza fisica e psicologica.

Jane Seymour è rappresentata come l’opposto polare di Anna: bionda, pallida, sottomessa. Annabelle Wallis (che ha sostituito l’attrice originale Anita Briem dalla terza stagione) la interpreta con una dolcezza che rasenta la passività. Anna di Cleves, interpretata da Joss Stone, è una versione lontana da quella storica (che la voleva “brutta”). Tamzin Merchant interpreta Catherine Howard come una sciocca e immatura, usata perfettamente dalla famiglia per i più sporchi giochi di potere.

Joely Richardson chiude la parata delle regine con una Parr intellettuale e materna. La sua funzione narrativa è quella di accompagnare Enrico verso la morte, gestendo i suoi umori e proteggendo i figli reali. La serie mostra bene il pericolo che corre a causa delle sue simpatie protestanti, sottolineando come nessuna moglie, nemmeno la più prudente, fosse mai veramente al sicuro.

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Come fu accolta in Italia

Mediaset si spese un bel po’, almeno a livello di battage pubblicitario, per rendere famosa I Tudors anche nella trasmissione su Canale 5, a poco più di un anno di distanza da quella statunitense e a pochi mesi dalla finestra pay sull’allora canale Mya di Mediaset Premium. Era un tentativo per nobilitare non solo il palinsesto estivo del 2008, ma di riportare in auge il period drama storico di carattere internazionale. Il sottotitolo aggiunto, “Scandali a corte”, tradiva però questa intenzione, trattando la serie come un prodotto sensazionalistico, quasi un reality show in costume. 

La messa in onda non fu un successo ma neanche un insuccesso completo. Al debutto il 10 luglio nella serata del giovedì fu battuta da SuperQuark di Piero Angela su Raiuno. 2.802.000 spettatori (16,82% share) per la serie contro 3.538.000 spettatori (20,84% di share) dei documentari. In ogni caso gli ascolti sulla linea del 16% di share furono considerati bassi per gli standard di Canale 5 e di conseguenza per gli ultimi appuntamenti vennero trasmessi tre episodi. Ecco i dati Auditel di allora:

  • Giovedì 10 luglio 2008 – Episodi 1 e 2 – 2.802.000 spettatori / 16,82% share
  • Giovedì 17 luglio 2008 – Episodi 3 e 4 – 2.709.000 spettatori / 16,72% share
  • Giovedì 24 luglio 2008 – Episodi 5, 6 e 7 – 2.404.000 spettatori / 16,87% share
  • Giovedì 31 luglio 2008 – Episodi 8, 9 e 10 – 2.314.000 spettatori / 16,37% share

Le restanti stagioni non furono trasmesse in prima visione free da Canale 5, ma dalla rete digitale Mediaset dedicata al pubblico femminile, La5.

I Tudors riletti oggi

Ripercorrere la saga de I Tudors nel 2026, alla vigilia del suo ritorno su Prime Video, ci permette di formulare un giudizio più sereno rispetto al 2008.

È storia? No, non nel valore accademico. Le libertà prese con la geografia, le parentele e i dettagli biografici sono tante e tali da farne una “fantasia storica”. È verità? Sì, in un certo senso. Michael Hirst e il suo cast sono riusciti a catturare la verità psicologica del potere assoluto. Hanno mostrato come il terrore possa convivere con lo splendore, come una nazione possa essere tenuta in ostaggio dalla libido di un solo uomo.

Per lo spettatore che si appresta al binge watching de I Tudors su Prime Video, il consiglio è di tenere Wikipedia a portata di mano per i fatti, ma di lasciare che sia la serie a raccontare le emozioni.

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