I Sette Mostri di Pechino Express sono diventati un format nel format

Da incubo dei concorrenti a rito collettivo fino a esperienza instragrammabile itinerante voluta da Sky Italia: la prova più iconica di Pechino Express rende il disgusto momento di spettacolo  ed esperienza da condividere

C’è una cosa che Pechino Express ha capito fin dalle prime edizioni, quando il format era ancora in onda su Rai 2: il suo pubblico non aspetta solo la gara e il drama dei concorrenti, ma aspetta un momento preciso. Una fase di gioco che, edizione dopo edizione, è diventato un rito di passaggio per i viaggiatori e un momento cult per noi che lo seguiamo da casa. Una tappa obbligata che torna stagione dopo stagione e che, quando arriva, ci tiene incollati allo schermo: quel momento si chiama prova dei Sette Mostri.

Ormai fissa alla settima tappa del percorso dei concorrenti, la prova nel corso degli anni è diventata la sfida più temuta dai partecipanti vip al game show e, allo stesso tempo, la più attesa da chi guarda da casa, sopravvivendo anche al trasloco dalla Rai a Sky.

Un motivo di quest’affezione da parte del pubblico a un momento che non brilla per eleganza o ritmo ci sarà. In effetti la prova dei Sette Mostri non è la più difficile in senso tecnico che i viaggiatori devono affrontare, ma è quella in cui Pechino Express smette di essere un viaggio e diventa un esperimento sul limite personale. Nei Sette Mostri non conta la resistenza fisica, né l’orientamento, né la strategia, ma la capacità di superare il disgusto, che è una cosa molto più profonda e molto meno allenabile.

Sky e Banijay (che produce il programma) lo hanno capito molto bene e sono riusciti a trasformare i Sette Mostri da semplice prova a format nel format.

L’equilibrio tra sadismo e disgusto

Il meccanismo della prova funziona perché mette insieme due pulsioni opposte. Da una parte c’è il sadismo: il pubblico vuole vedere qualcuno che soffre davanti a uno scorpione, a un occhio di pesce, a qualcosa che non dovrebbe stare in un piatto, almeno dalla nostra parte del mondo.

Dall’altra c’è il disgusto, fisico e culturale: mangiare quei cibi significa tradire la propria comfort zone e accettare che qualcosa che per noi è impensabile dall’altra parte del mondo è la normalità. E questo è un messaggio potentissimo, che vale sia per le abitudini alimentari che per molto altro.

La forza dei Sette Mostri sta tutta qui: non umiliano mai davvero, ma mettono a nudo. Non a caso, i momenti che restano di questa prova non sono quelli più “schifosi”, ma quelli in cui un concorrente si blocca, ride per nervosismo, si arrabbia o, meglio ancora, scopre di farcela contro ogni previsione.

Una prova che diventa snodo della narrazione

Ecco perché, all’interno della narrazione di Pechino Express, rappresenta un passaggio fondamentale: sebbene giunga oltre il giro di boa dell’edizione, la prova è un rituale di passaggio, che permette di considerarsi concorrenti e viaggiatori a tutti gli effetti.

Nelle prime edizioni, quelle targate Rai, la prova era spesso piazzata nel finale, come se fosse il test definitivo, l’ultimo gradino prima della meta. Con il tempo (e soprattutto con il passaggio a Sky) i Sette Mostri hanno cambiato posizione, radicandosi in un momento preciso (la settima puntata), ma senza cambiare funzione.

La prova giunge quando le coppie in gara sono ormai definite agli occhi del pubblico, che ne conosce punti di forza e talloni d’Achille. I Sette Mostri diventano quindi fondamentali nello svelare quello che ancora non è stato visto davanti alle telecamere, sia esso un crollo definitivo o la rivalsa e la consapevolezza di poter superare ogni ostacolo.

Il lavoro fatto a livello autoriale e produttivi, non va nascosto, è stato eccellente: perché Pechino Express ha trovato un modo per rilanciare il racconto quando questo, una volta superata metà gara ma non ancora al rush finale, potrebbe vivere un momento di stanchezza. I Sette Mostri sono un po’ come quel colpo di scena in un film che evita l’appisolamento sul divano.

Dalla prova di coraggio all’esperienza instagrammabile

Per la prima volta Sky Italia ha deciso di dare maggiore risalto ai Sette Mostri anche fuori dal format: la mitica ruota con le strane prelibatezza da assaggiare sono infatti giunte, durante la settimana del Festival, a Sanremo, molto prima della partenza della nuova edizione (cominciata il 12 marzo su Sky Uno e NOW); in concomitanza con il via del programma, invece, la ruota è sbarcata a Roma, sempre con l’obiettivo di trasformare gente comune in viaggiatori di Pechino Express, anche se per pochi minuti.

Con questo gesto Sky non solo ha dato concretezza alla prova, fino ad allora confinata ai racconti tragicomici fatti dai concorrenti una volta tornati a casa, ma l’ha reso uno dei simboli del format, al pari dei mitici zaini, del tappeto rosso, della prova immunità e della busta nera.

Da prova a rito televisivo, i Sette Mostri hanno subìto un’ulteriore evoluzione in esperienza partecipata e instagrammabile. Perché, manco a dirlo, chi ha provato a girare la ruota tra Sanremo e Milano lo ha fatto a favore di smartphone, per creare un contenuto che girasse online e promuovesse, più o meno inconsapevolmente, il format Sky e, al tempo stesso, servisse a dire “l’ho fatto anch’io”,

Il rafforzamento di un’idea sempre uguale e diversa

I Sette Mostri continuano a funzionare perché sono ripetibili ma mai identici, riconoscibili ma sempre rinnovabili. Cambiano i cibi, il Paese ospitante, i concorrenti e le loro reazioni, ma l’effetto resta lo stesso. E soprattutto, con il linguaggio universale del cibo e dei secoli di Storia e cultura che si portano dietri, parlano a tutti, anche a chi non ha mai fatto un’autostop in vita sua.

In un’epoca in cui i format si consumano velocemente, Pechino Express ha in mano un’idea che resiste da oltre dieci anni e che oggi riesce persino a uscire dallo schermo senza perdere forza: la dimostrazione che i Sette Mostri non sono solo una sfida, ma il cuore simbolico del programma.

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