

Milo Infante lascia la Rai e va a Mediaset. La notizia, vera, però, è un’altra: la cronaca nera in questi anni è cresciuta al punto da passare da semplice ingrediente a portata principale della tv, oltre il prime time
Cosa farà Milo Infante a Mediaset?
Milo Infante passa a Mediaset? La notizia inaspettata vedrebbe l'addio alla Rai e (almeno con lui alla conduzione...) a Ore 14 e Ore 14 sera. 😱 Cosa ne pensate? pic.twitter.com/gTfsmrCBem
— Unshow (@unshowit) June 9, 2026
Un giornalista che cambia azienda solitamente non è una di quelle notizie che smuovono il web. Allora perché da giorni non si fa altro che parlare del passaggio di Milo Infante a Mediaset? Dopo l’indiscrezione lanciata da Davide Maggio e le varie ipotesi fatte sul suo eventuale ruolo nelle reti del Biscione, a Cologno Monzese è uscita la conferma del cambio di casacca (mentre la Rai, con una nota stringata, lo ha ringraziato per il lavoro svolto in questi anni, augurandogli il meglio).
La notizia è uscita, ma vale molto di più di quello che si possa pensare. Perché a differenza dei casi di altri talent che negli ultimi anni hanno cambiato gruppo di lavoro (come Berlinguer da Rai 3 a Rete 4 o Fazio e Amadeus dalla Rai a Warner Bros. Discovery), Milo Infante rappresenta una consacrazione, quella del genere cronaca come pilastro dell’ecosistema televisivo italiano.
Negli ultimi anni Infante è diventato il volto di Ore 14, il programma pomeridiano di Rai 2 che ha trasformato, senza snaturarla in qualcosa di morboso, la cronaca nera in un appuntamento quotidiano capace di costruire pubblico, identità editoriale e fedeltà degli spettatori, tanto da conquistare degli speciali in prima serata, con risultati notevoli. Una cosa non da poco e che funge da premessa per capire meglio quanto questo passaggio dica molto di più di quello che sembra.
A Mediaset, Infante farà quello che ha sempre fatto: occuparsi di giornalismo e di cronaca. Mediaset parla di “nuovi progetti editoriali e televisivi”, ma anche di “un ruolo di vertice nell’area dell’informazione del Gruppo,
contribuendo alla definizione delle strategie e allo sviluppo dell’offerta news di Mediaset”. Non solo un (o più di uno) programmi tv, quindi, ma anche un coordinamento dell’offerta informativa.
Sul fronte della collocazione di Infante sui canali Mediaset, le ipotesi sono le più varie: dall’eredità di Dentro la Notizia, lasciando a Gianluigi Nuzzi il totale controllo su Quarto Grado, o una striscia quotidiana su Rete 4, sulla falsariga di Ore 14 o, ancora, un programma in prima serata (che però dovrà trovare una strada differente dal già citato Quarto Grado), senza escludere la possibilità di confezionare speciali ad hoc dedicati ai casi più discussi dall’opinione pubblica.
Chi sostituirà Milo Infante a Ore 14 su Rai 2?
La Rai si lascerà scappare anche Ore 14? L’uscita di Infante non significa che il programma di informazione di Rai 2 debba chiudere. Sarà necessario trovare un volto, altrettanto credibile e legato all’informazione, capace di raccogliere le redini del suo ormai ex conduttore. Di figure pronte a questo passo ce ne sono, ma dovrà esserne scelta una capace di gestire l’informazione con cura, attenzione e nel solco del lavoro fatto dal suo precedessore.
La cronaca nera è diventata un genere televisivo
Per decenni la cronaca nera in televisione è stata percepita come un ingrediente dell’informazione, uno spazio all’interno di contenitori informativi più variegati. C’era il caso del momento, c’era la vicenda che monopolizzava l’attenzione per qualche settimana, c’erano (e ci sono) le trasmissioni di approfondimento in prima serata.
Oggi il quadro è completamente differente: oggi, la cronaca nera è uscita da quello spazio e ha colonizzato un nuovo territorio all’interno dei palinsesti, diventando essa stessa un genere televisivo. Il che vuol dire avere non tanto dei programmi ad hoc, ma anche dei linguaggi, dei personaggi e un pubblico specifico, proprio come ce li hanno i talk politici, i quiz, i programmi sportivi.
Gli spazi conquistati dalla cronaca nera in palinsesto
L’espansione della cronaca nera in televisione è passata anche dagli spazi conquistati lungo la giornata: se in prima serata resistono (eccome, se resistono!) programmi cult per gli amanti del genere come Chi l’ha visto? e Quarto Grado, ora la dimensione della cronaca nera si è evoluta, guardando anche ad altre fasce.
Programmi di daytime come Storie Italiane, Mattino Cinque, il già citato Ore 14, ma anche il Diario del Giorno di Rete 4, Vita in Diretta e Dentro la Notizia non possono esistere senza cronaca. Una pagina che occupa più o meno spazio in scaletta, ma che ormai è indispensabile nella ricetta quotidiana dell’offerta da proporre non più solo al pubblico del prime time.
Ore 14, i podcast e la cronaca diventata “seriale”
In questo contesto il successo di Ore 14 assume un significato particolare. A differenza degli altri programmi di day time citati poco fa, la trasmissione di Milo Infante ha dimostrato che esiste un pubblico disposto a seguire ogni giorno un racconto costruito attorno ai principali casi di cronaca.
Un risultato che ha progressivamente rafforzato il brand fino a portarlo anche in prima serata, dove gli speciali hanno trovato una risposta significativa da parte degli spettatori. Il pubblico segue ormai i casi di cronaca nera come se fossero serie tv, con personaggi, colpi di scena, risoluzioni definitive o parziali. Si creano tifoserie, si cercano aggiornamenti: insomma, il pubblico si nutre di fatti degni di un episodio di Csi ma che, ahìnoi, non sono frutto della fantasia.
Si è creato un circolo in cui il pubblico vuole essere informato su ogni minima novità e la tv non perde tempo, cogliendo l’occasione di produrre ore di trasmissioni pronte a soddisfare questa sete di indagini dei telespettatori. Ore 14 negli ultimi anni ha colto meglio di tanti altri programmi questo desiderio del pubblico, ritagliandosi uno spazio quotidiano diventato punto di riferimento per chi segue da casa ma anche per gli addetti ai lavori.
E, nel farlo, Infante si è guadagnato la credibilità di professionista esperto del genere. Ecco che, quindi, il suo passaggio a Mediaset non è solo un trasloco lavorativo, ma rappresenta la consapevolezza definitiva che la cronaca nera non è più un argomento “extra-ordinario”, ma un tassello di cui analisti e produttori devono tenere conto, con un proprio codice narrativo da rispettare.
Un codice rafforzato in questi anni da un nuovo strumento di comunicazione, i podcast (sia nella versione solo audio che video), che hanno fatto del true crime uno dei generi più ricercati anche sulle piattaforme streaming, conferendogli l’autorizzazione ad esistere senza più doversi giustificare con casi eccezionali. I linguaggi si moltiplicano e l’ordinarietà del genere si rafforza.
Ma allora le critiche alla cronaca in tv sono davvero finite?
Dopo anni di fiction “tratta da storie vere”, documentari in top ten, podcast rivelazione e, non da ultimi, programmi tv che scavano a fondo alla ricerca della verità, è lecito chiedersi che fine abbiano fatto tutte le critiche che per lungo tempo hanno accompagnato la cronaca nera in televisione. Sono sparite nel nulla?
No, le accuse di spettacolarizzazione del dolore, di morbosità, di eccessiva esposizione delle vicende giudiziarie non sono certo scomparse; continuano ad accompagnare ogni grande caso mediatico. Eppure, parallelamente, il pubblico continua a premiare questo tipo di programmi.
Per anni si è discusso se alcuni contenuti dovessero occupare meno spazio nei palinsesti. Nel frattempo, però, gli stessi palinsesti hanno continuato a espandere l’offerta dedicata alla cronaca, forti dei risultati in termini di ascolti e di investimenti pubblicitari verso quei programmi. E quando si crea una fortezza così solida, composta da contenuto-volto noto-rientro economico, non c’è polemica che tenga.
Il recente ritorno del caso sul delitto di Garlasco, che ha rioccupato il centro del dibattito pubblico è soltanto l’ultima dimostrazione di una tendenza che in realtà dura da molto tempo. Da Yara Gambirasio a Sarah Scazzi, da Elena Ceste a Liliana Resinovich, la cronaca nera ha progressivamente assunto il ruolo di grande racconto collettivo della televisione contemporanea. Piaccia o meno, i numeri raccontano questo.
Milo Infante che va a Mediaset è la chiusura di un cerchio
Ecco che, allora uno dei principali volti della cronaca televisiva italiana è diventato abbastanza importante da essere considerato una risorsa strategica, la cui professionalità è contesa da due gruppi editoriali. Un dettaglio che dice molto non soltanto sul futuro professionale di Milo Infante, ma anche sul presente e sul futuro della televisione italiana.
Se per anni una parte del dibattito pubblico ha sostenuto che la cronaca nera occupasse troppo spazio in televisione, oggi il mercato sembra aver espresso il suo verdetto. La cronaca, oggi non è stata ridimensionata o confinata, ma è stata promossa a genere televisivo autonomo. E il passaggio di Milo Infante dalla Rai a Mediaset rappresenta una delle certificazioni più evidenti di questa trasformazione.






