Eurovision 1991, trentacinque anni dopo: intervista al regista Riccardo Donna

Era il 4 maggio 1991, ore 21, e gli spettatori in Italia forse conoscevano per la prima volta quello che allora veniva chiamato Eurofestival, considerata la differenza d’ascolti con la precedente edizione 1990 in onda in differita a tarda notte. Merito della vittoria di Toto Cutugno che con “Insieme: 1992” consegnò alla Rai il secondo Eurovision della sua storia. Con Riccardo Donna, il regista di quell’edizione, ripercorriamo quella serata che mise Cinecittà al centro dell’Europa

Trentacinque anni fa, il 4 maggio 1991, l’Italia con la Rai ospitava a Roma il secondo Eurovision Song Contest della sua storia. Per il pubblico, comunemente conosciuto come l’Eurofestival, o più tecnicamente il 36° Concorso Eurovisione della Canzone. Un’edizione mitologica non solo per le canzoni in gara e l’ex aequo finale tra Francia e Svezia che sfociò nelle incomprensioni dopo una fase di voting altrettanto caotica, ma anche per la conduzione di Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno (cult i suoi “Allora” ripetuti come mantra). Noi abbiamo raccolto i ricordi di Riccardo Donna, regista dell’Eurovision 1991, oggi noto per molte serie televisive, tra cui Cuori (Rai1) e Mrs Playmen (Netflix).

Riccardo, come arrivasti alla regia dell’Eurovision 1991?

«Ero abbastanza agli inizi del mio percorso da regista di varietà. Quell’inverno capitò a me la regia di Raimondo e le altre, un programma di seconda serata su Raiuno molto alternativo, realizzato dalla banda di autori di Renzo Arbore (Alfredo Cerruti, Ugo Porcelli, Arnaldo Santoro, …) e presentato dai Trettré. Ci facemmo notare e lanciammo tante persone, da Wendy Windham a Salvatore Marino. Dalla mia avevo già una buona fama in ambito di eventi musicali, tra cui le riprese di DallaMorandi dal teatro greco di Siracusa, ed ero in contatto con la Publispei di Carlo Bixio (la società produttrice dell’Eurovision 1991, nda). Fu proprio Carlo a chiamarmi e con la Publispei fui coinvolto anche in Un disco per l’estate. Ero poi amico di Carlo Principini, il produttore artistico della Publispei in quegli anni».

Hai vissuto da vicino lo spostamento dell’evento da Sanremo a Cinecittà in fase di preproduzione, avvenuto anche per questioni di sicurezza legate alla Guerra del Golfo?

«No, ma la Guerra del Golfo una sera rovinò già i piani di trasmissione di Raimondo e le altre. Quando arrivai per la prima volta a Cinecittà, al Teatro 15, che poi diventò anche la casa di altri miei spettacoli, ricorderò sempre la meraviglia nel vedere la scenografia dell’Eurovision 1991 a firma di Luciano Ricceri. Sembrava realizzata per un teatro dell’Opera, con quei palchi e l’intelaiatura di ferro».

Cult fu anche la sigla “Celebration”.

«Per me fu la parte più divertente. Carlo Bixio e il fratello Franco, che non erano solo produttori televisivi ma anche discografici, avevano in scuderia questo giovane talento, Sara Carlson, da lanciare. Il pezzo “Celebration” c’era già e decidemmo di andare avanti con la proposta. La sigla, girata a Villa Adriana, è tutta farina del mio sacco. Comprammo alcune immagini storiche da inserire nel montaggio che, per i tempi, fu abbastanza rivoluzionario. D’altronde era l’epoca del boom dei video musicali che erano il mio pane».

(scorri la fotogallery con le frecce laterali – foto di Riccardo Donna)

Si dice che Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno provarono molto poco prima della diretta. Come si svolsero le prove tecniche nei giorni precedenti?

«Quello fa parte del malcostume della televisione italiana. La diretta ha avuto sempre un suo Santo protettore. Ne ho fatte tante nella mia vita e ne sono passati di presentatori sotto i miei occhi. Gigliola Cinquetti era certamente più disponibile di Toto Cutugno, che era nel periodo del suo massimo splendore tra la carriera di cantante e la carriera di conduttore televisivo. E con Cutugno, in seguito, feci anche Domenica In nel 1992. In un evento come l’Eurovision la preoccupazione stava principalmente in come riprendere ogni tipo di canzone. Di prove, noi della squadra tecnica, ne abbiamo fatte tantissime, e molto serie, per tutti i cantanti che erano in gara. Anch’io, per la prima volta nella mia vita, indossai una pesantissima steadycam per comprendere meglio la situazione, e avevamo a disposizione le prime skycam. Il meglio che la produzione potesse offrire. Ogni Paese anche allora aveva la sua delegazione, attentissima a ogni singolo dettaglio. Con Principini e Tiziana Aristarco, che oggi è mia moglie e all’epoca era la mia aiuto regista insieme a Daniela Donato, facemmo diverse riunioni con delegazioni e interpreti per stabilire cosa andasse bene delle prove e cosa scartare in vista delle successive e della diretta».

(Riccardo Donna prova una steadycam all’Eurovision 1991)

Un po’ quello che si fa ancora oggi, ma con l’ausilio dell’automazione del CuePilot o di LiveEdit.

«Con me c’era una squadra abituata ai concerti sinfonici e mi avvalevo della consulenza musicale di Marco Diano. Avevamo una partitura delle riprese da fare, una sorta di “montato”, ma nulla di elettronico o preprogrammato come si usa fare adesso. Quindi gli stacchi al mixer video avvenivano al volo con il consulente musicale che batteva e solfeggiava nel momento in cui era necessario farli (con Marco Diano sono indicati come consulenti musicali anche Michele Missiato e Francesco Sergi, nda)».

Le delegazioni dei Paesi in gara erano esigenti?

«Molte grane le gestivano Tiziana Aristarco e Daniela Donato. Ricordiamo bene quella della macchina del vento di Carola per la Svezia, perché ci dava spesso dei problemi con la resa sonora complessiva della performance. Ci fu anche la scelta, stabilita a monte, di avere un cameraman alle spalle di Carola. Normalmente non si dovrebbero vedere operatori di ripresa in scena. Insieme alle delegazioni dei vari Paesi si trattavano tanti aspetti. Con alcuni le discussioni furono più tribolate, ma oggi non saprei indicare chi».

(Riccardo Donna al centro con le aiuto regista Daniela Donato e Tiziana Aristarco)

All’estero l’Eurovision 1991 è ricordato anche per la tribolata fase del voting, con alcuni problemi tecnici con i collegamenti telefonici e incomprensioni derivate dalle traduzioni dei conduttori. In cabina regia che atmosfera si respirava?

«Il tempo in cabina regia durante una diretta scorre in maniera diversa, molto più velocemente, perché nel frattempo non ci si preoccupava solo di Toto Cutugno che doveva ripetere i numeri ma anche di come e dove inquadrarlo, anche nel momento in cui Gigliola Cinquetti interveniva in contemporanea o subito dopo. Vagamente ricordo il trambusto con Frank Naef (l’executive supervisor EBU di quell’edizione, nda)».

Finita la diretta, quale fu il clima?

«Almeno per noi, di immensa soddisfazione. Per l’Italia e per la Rai, per le cose che si facevano di solito in televisione, era considerata un’impresa grossa e, in qualche modo, più avanti del Festival di Sanremo dell’epoca. Era una serata di prestigio per l’Italia nel mondo».

Perché poi la Rai, secondo te, si allontanò dall’Eurovision tra il 1998 e il 2010?

«Da appassionato di musica, quell’Eurofestival 1991 fu il primo di vero interesse per me ma, credo, un po’ per molti altri. Probabilmente non era una serata che portava tantissimi ascolti quando realizzata all’estero. Era un evento per l’Europa ma non per noi. I nostri eventi sono sempre stati Sanremo, i varietà di Pippo Baudo…».

Nel 2022, per il terzo Eurovision della storia italiana, provarono a ricontattarti?

«No, anche perché sono cambiati i gruppi di lavoro in Rai, molta gente dell’epoca non c’era più o era andata in pensione, e sono cambiati i miei contatti, facendo più serie e più cinema».

(La squadra tecnica dell’Eurovision 1991)

A proposito, com’è avvenuto il passaggio da regista di programmi a regista di serie e film?

«Dirigevo già fiction. Una delle prime fu la soap opera Passioni girata a Torino, che andava nel mattino di Raiuno prima dell’avvento di Unomattina. Venne a trovarci un regista di varietà, Giancarlo Nicotra, e fu lui a trasportarmi in quel mondo, in un programma di Raidue con Gigi Sabani che si chiamava Chi tiriamo in ballo?. Da lì ho conosciuto negli anni Pippo Baudo, realizzando con lui degli show, Gianni Morandi e tanti altri. Fu sempre la Publispei a richiamarmi nel 1998 per girare Un medico in famiglia. Si rivelò un successo pazzesco e da lì non sono più tornato a dirigere programmi televisivi, preferendo serie e film».

Tra l’altro oggi molti vorrebbero una nuova stagione di “Un medico in famiglia” sulla scia de “I Cesaroni – Il ritorno”.

«A me sembra che non serva. Ma io sono uscito dopo le prime due stagioni mentre Tiziana Aristarco ha diretto poi altre stagioni successive. Un medico in famiglia è una pietra miliare che ha segnato anche me e Tiziana. Ovviamente siamo amici di tutti gli attori del cast, compreso il caro Giulio Scarpati che, sono sicuro, non tornerebbe mai a farlo».

(Riccardo Donna oggi, col cast della serie Mrs Playmen da lui diretta per Netflix – foto di Giulia Parmegiani)

Di questi giorni è anche la polemica sulla prima serata e le fiction che iniziano troppo tardi intorno alle ore 22.

«Un problema gravissimo, da risolvere. Finito il Tg, il programma di prima serata deve partire. La gente lavora e va a letto presto per alzarsi la mattina dopo. Si può arrivare massimo alle ore 23, ma ormai le fiction terminano a mezzanotte. D’altronde al cinema qual è lo spettacolo più seguito se non quello delle 20:30/21? Anzi, per quelli come me la proiezione ideale è quella delle 18:30. Partendo tardi, per convenienza economica, in Tv hanno eliminato la seconda serata. La Rai rispetto a Mediaset dovrebbe avere tutt’altro tipo di palinsesto, essendo Servizio pubblico non dovrebbe fare come le reti commerciali che si preoccupano della pubblicità. Giustamente ogni punto di share porta soldi nelle casse, lo comprendo, ma dall’alto della sua eccellenza e della sua forza la Rai dovrebbe tornare a un palinsesto più umano. Se continuano su questa strada, tutti si rifugeranno sullo streaming dove ognuno sceglierà cosa guardare all’orario che fa più comodo, ma questa decisione avrà un impatto sul numero di spettatori e di riflesso avrà un impatto economico sulle produzioni. Aggiungo che la programmazione di Cuori 3 da parte della Rai è stata assurda. Un lavoro di mesi finito in due settimane con la messa in onda quasi quotidiana. In ascolti è andata bene ugualmente».

Concludiamo tornando all’Eurovision. Seguirai l’edizione 2026?

«Prima mi rivedrò per intero l’Eurovision Song Contest 1991, ora che mi hai fatto notare che è possibile visionarlo su Internet. Ma certo, io e Tiziana guarderemo l’Eurovision 2026 più che volentieri».

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