

Oltre 40 anni dopo il debutto, il Televideo RAI è ancora consultato ogni giorno. Una tecnologia minimale che ha resistito a Internet, social e app, diventando un’icona pop e un servizio pubblico essenziale.
Nel panorama attuale, fatto di streaming istantaneo, app sempre più complesse e interfacce che cambiano ogni sei mesi, Televideo è una presenza fuori scala. Eppure è ancora lì. Nel gennaio 2026 il servizio di teletext della RAI compie la bellezza di 42 anni di attività ufficiale. Un’età che, nel mondo dei media, equivale a più ere geologiche.
In questo tempo è cambiato tutto: i televisori, i sistemi di trasmissione, il modo di consumare informazione. Dal tubo catodico agli OLED 8K, dall’analogico al digitale terrestre, fino alle Smart TV connesse alla rete. Televideo no. La sua struttura è rimasta identica: 40 colonne, 24 righe, otto colori, pagine numerate a tre cifre. Una grafica essenziale, riconoscibile, immobile.
Ed è proprio questa immobilità ad averlo reso affidabile. Televideo funziona sempre, si carica subito, non richiede competenze particolari e non cambia mai le sue regole. Chi lo usa sa esattamente cosa aspettarsi: nessuna curva di apprendimento, nessuna sorpresa, nessun aggiornamento forzato.
Ripercorriamo la storia del Televideo in Italia, dalle prime sperimentazioni dei primi anni ’80 fino alla sua presenza attuale negli ecosistemi digitali del 2026. Una storia che non riguarda solo una tecnologia, ma anche il rapporto tra servizio pubblico, informazione essenziale e abitudini consolidate.
Il confronto con l’estero è inevitabile. In molti Paesi anglosassoni il teletext è scomparso da tempo, mentre in Italia e nell’area mitteleuropea ha continuato a essere utilizzato. Le ragioni stanno nei modelli industriali, nel ruolo del servizio pubblico e in un tipo di utenza che ha sempre privilegiato l’affidabilità alla spettacolarizzazione.
Molto prima di Internet, Televideo offriva già aggiornamenti continui, consultazione autonoma delle notizie, navigazione per argomenti. Senza animazioni, senza video, senza algoritmi.
Oggi resta in vita grazie a un equilibrio preciso: obblighi di servizio pubblico da una parte, utenti fedeli dall’altra. In un sistema mediatico sempre più affollato e rumoroso, Televideo continua a fare una sola cosa.
E la fa nello stesso modo da oltre 40 anni.
Televideo: sopravvivere a oltre 40 anni di TV che cambia

L’invenzione involontaria (1974-1980)
Tutto parte dal Regno Unito
Perché il Televideo in Italia sta funzionando da così tanto tempo? Torniamo indietro, non agli anni ’80, ma ancora prima.
Il teletext nasce nei primi anni ’70 nel Regno Unito, e nasce quasi per caso.
Gli ingegneri della BBC, tra cui Geoff Larkby e Barry Pyatt, stavano cercando un modo per trasmettere sottotitoli per non udenti senza interferire con l’immagine televisiva. L’obiettivo non era creare un “giornale elettronico”, ma risolvere un problema tecnico molto concreto.
La televisione analogica europea in standard PAL costruiva l’immagine usando 625 linee orizzontali. Alla fine di ogni fotogramma, il tubo catodico doveva fisicamente riportare il fascio elettronico dall’angolo in basso a destra a quello in alto a sinistra. Questo movimento richiedeva tempo e generava una breve porzione del segnale composta da righe inutilizzate, invisibili allo spettatore: il cosiddetto Vertical Blanking Interval, o VBI.
Quelle righe “vuote” erano circa venticinque. L’intuizione fu semplice e geniale: usarle per trasmettere dati.
Dentro quel piccolo spazio tecnico vennero inseriti pacchetti di informazioni binarie. Nacque così Ceefax, lanciato ufficialmente dalla BBC nel 1974. Il nome era un gioco di parole (“see facts”), ma il principio era chiarissimo: non immagini, solo dati.
Il televisore, se dotato di un decoder, riceveva quelle informazioni e le trasformava localmente in testo e grafica elementare, seguendo istruzioni precise. Nessun flusso video, nessun contenuto difficile da decifrare: solo comandi.
È questo il motivo per cui il Televideo è sempre stato leggerissimo dal punto di vista della banda. Non trasmette immagini, ma dice al televisore come costruirle.
La guerra degli standard e la strada europea
Mentre nel Regno Unito il Ceefax si affermava e l’emittente commerciale ITV rispondeva con il sistema ORACLE, il resto d’Europa prendeva direzioni diverse. Nei primi anni ’70 si aprì una vera e propria frammentazione tecnologica.
La Francia sviluppò Antiope, un sistema più avanzato dal punto di vista grafico, ma incompatibile con il modello britannico. Il Canada propose Telidon, basato su grafica vettoriale invece che su caratteri fissi. Soluzioni interessanti, ma complesse e costose.
Alla fine prevalse un compromesso: il World System Teletext, derivato direttamente dal Ceefax britannico (livello 1.5). Era meno spettacolare di altri sistemi, ma più stabile, più semplice e soprattutto più economico.
Un fattore decisivo fu la produzione industriale dei decoder, realizzati su larga scala da aziende come Philips, che abbassarono drasticamente i costi.
Quando l’Italia arrivò al teletext, lo fece con un certo ritardo. Un ritardo che, in questo caso, si rivelò utile. La tecnologia era già standardizzata, collaudata e accessibile. Le basi erano solide. Il resto sarebbe venuto dopo.
Come funziona il segnale Teletext

L’arrivo in Italia: dalla sperimentazione al fenomeno di massa (1981–1989)
I primi passi (1981–1983)
L’ingresso della RAI nel mondo del teletext avviene con molta cautela. Prima di un lancio vero e proprio, il servizio passa attraverso una serie di test pensati per capire due cose fondamentali: se la tecnologia regge e se il pubblico la capisce.
La prima fase parte il 30 marzo 1981, con una sperimentazione limitata nel Piemonte occidentale e in Valle d’Aosta. Non è una scelta casuale: si tratta di territori complessi dal punto di vista orografico, ideali per verificare la tenuta del segnale dati in condizioni difficili. Il progetto viene seguito da un gruppo di lavoro coordinato da Giorgio Cingoli, dal Centro Studi e Ricerche di Torino, e da Massimo Fichera della Direzione Nuove Tecnologie. Già in questa fase emerge un’intuizione chiara: il teletext può diventare qualcosa di più di un semplice esercizio tecnico.
Tra aprile e giugno 1982 arriva una mossa intelligente, quasi promozionale. Nelle fasce mattutine, al posto del classico monoscopio, la RAI manda in onda le pagine del Televideo come normale segnale video, dunque anche chi non possiede il decoder può vederle. È un modo semplice per far conoscere grafica, contenuti e utilità del servizio, senza spiegazioni né istruzioni.
Nel 1983, prima del lancio nazionale, viene condotta un’indagine su mille famiglie. Il risultato è sorprendente per l’epoca: l’interesse non è rivolto alla tecnologia, ma al controllo del tempo. Gli utenti apprezzano la possibilità di consultare una notizia quando vogliono, senza aspettare il telegiornale. Emergono anche indicazioni molto pratiche: bocciate le musiche di sottofondo e le scritte lampeggianti, promossa un’impostazione silenziosa, discreta, funzionale.
Il lancio ufficiale e il modello scelto (1984)
Il debutto ufficiale arriva il 15 gennaio 1984, in coincidenza con i 30 anni della televisione italiana. Il Televideo parte su scala nazionale con circa duecento pagine, gestite da una redazione centrale a Roma.
Nel giro di pochi mesi la struttura si stabilizza e prende forma quella che diventerà l’organizzazione classica del servizio, basata sui tasti colorati del telecomando (Fastext), destinati a diventare uno standard internazionale:
- Rosso: cronaca e notizie in aggiornamento
- Verde: approfondimenti, magazine e cultura
- Giallo: servizi di utilità come meteo e trasporti
- Blu/Ciano: intrattenimento e palinsesti
La vera differenza la fa però il modello economico. A differenza di quanto accadrà negli Stati Uniti, la RAI costruisce un sistema di collaborazione con produttori di televisori e inserzionisti. Un test di mercato del 1984 mostra che una larga parte di soggetti istituzionali e commerciali è interessata a utilizzare il Televideo come spazio informativo. Questo consente di sostenere i costi del servizio e spinge i produttori a integrare il decoder direttamente nei televisori, senza trasformarlo in un optional costoso.
Nel 1985 le rilevazioni confermano che il Televideo è diventato una fonte quotidiana per informazioni di dettaglio: farmacie di turno, risultati sportivi minori, orari ferroviari. Tutto ciò che la TV generalista non riesce a coprire per limiti di tempo trova spazio lì.
Da esperimento a redazione
Il passaggio definitivo avviene nel 1986. Il servizio esce dalla fase sperimentale e si struttura in modo stabile. Direzione e redazione si trasferiscono nella sede di Piazza Montegrappa, con Giorgio Cingoli confermato alla guida.
Nasce la prima sala di controllo centralizzata e il Televideo assume a tutti gli effetti lo status di testata giornalistica: turni continuativi, aggiornamenti costanti, una redazione dedicata. Da quel momento non è più un progetto tecnologico, ma un servizio informativo stabile del servizio pubblico.
L’età dell’oro: Televideo come Internet…prima di Internet (1990–2005)
Pagina 101: l’ultim’ora che contava
Tra gli anni ’90 e i primi 2000, il Televideo è stato l’unico strumento di informazione in tempo reale presente in quasi tutte le case italiane. In un periodo senza smartphone e con Internet limitato a connessioni lente e costose, la Pagina 101 – l’Ultim’ora – diventa un punto di riferimento quotidiano.

La sua importanza va oltre l’aspetto informativo. La struttura stessa della 101 educa milioni di persone a un certo modo di leggere le notizie. Poche righe, pochissimo spazio, nessun commento. Solo fatti: soggetto, verbo, oggetto.
Uno stile secco, diretto, riconoscibile.
Durante eventi cruciali della storia recente – da Mani Pulite alle stragi di Capaci e via D’Amelio, fino all’11 settembre 2001 – si crea un’abitudine precisa: la diretta televisiva per vedere, la Pagina 101 per controllare. La TV mostra, il Televideo conferma.
Per molti, quello che compariva lì era la versione “ufficiale” della realtà.
Pagina 777: accessibilità e servizio pubblico
Accanto alla 101, c’è un’altra pagina che segna profondamente la storia del Televideo: la 777.
Nata per fornire sottotitoli ai non udenti, diventa uno degli strumenti di accessibilità più importanti mai realizzati dal servizio pubblico.
Nel tempo, il sistema si amplia e si struttura:
- Pagina 770: indice dei servizi dedicati all’accessibilità
- Pagina 771: palinsesto dei programmi sottotitolati
- Pagine 774–776: sezioni educative come “Parole del TG”, pensate per spiegare termini complessi dell’attualità
L’impatto va ben oltre la comunità sorda. I sottotitoli diventano utili nei luoghi pubblici rumorosi – bar, palestre, sale d’attesa – e per chi sta imparando l’italiano. È uno di quei casi in cui una tecnologia pensata per pochi finisce per migliorare l’esperienza di tutti.
Notizie locali e prime forme di interazione
Negli anni ’90 la RAI amplia ulteriormente il servizio introducendo le edizioni regionali. Attraverso la Pagina 300 e le sezioni successive, gli utenti possono consultare notizie locali, meteo regionale e informazioni di servizio legate al proprio territorio, come le farmacie di turno nei piccoli comuni.
Tecnicamente il segnale resta nazionale, ma l’organizzazione delle pagine crea una navigazione che dà l’idea di un’informazione più vicina e mirata. Per l’epoca, è un passo avanti enorme.
Arrivano anche forme elementari di interattività: giochi, sondaggi, concorsi, spesso collegati a numerazioni dedicate. Esperienze semplici, ma decisive nel far passare un’idea nuova: la televisione non è solo qualcosa da guardare, può anche chiedere una risposta.
Senza saperlo, il pubblico italiano stava già facendo pratica con un concetto che sarebbe diventato centrale negli anni successivi.

La transizione digitale e l’ibridazione (2005–2020)
Il passaggio al digitale terrestre
L’arrivo del Digitale Terrestre cambia le regole del gioco. Lo switch-off analogico, completato in Italia nel 2012, mette seriamente in discussione il futuro del Televideo. Il motivo è tecnico: il servizio era nato sfruttando una parte “libera” del segnale analogico, il VBI, che nel digitale semplicemente non esiste più.
A quel punto la scelta non è automatica: o il Televideo viene accompagnato nel nuovo sistema, oppure scompare. Che fare?
La RAI decide di portarlo con sé, inserendo i dati del teletext direttamente nel flusso digitale del segnale televisivo. In questo modo il servizio continua a funzionare anche sui nuovi decoder e sui televisori compatibili con il digitale terrestre.
È una decisione tecnica, ma anche editoriale: il Televideo non viene considerato un residuo del passato, ma qualcosa che vale la pena mantenere.
Dal televisore al web e allo smartphone
In quegli stessi anni molti broadcaster europei scelgono un’altra strada: abbandonare il teletext e puntare tutto sul web. La RAI segue una logica diversa e decide di far convivere le due cose.
- Il sito web: nel 2008 nasce il sito televideo.rai.it. La grafica riproduce fedelmente quella del Televideo: blocchi, colori, struttura a pagine numerate. Una scelta precisa, pensata per non disorientare chi lo usa da anni.
- L’app: Con la diffusione degli smartphone arriva un altro passaggio chiave. Vengono sviluppate applicazioni che simulano il funzionamento del telecomando: si digitano i numeri delle pagine direttamente sullo schermo del telefono. Il Televideo esce dal televisore e diventa consultabile ovunque, senza cambiare linguaggio.
L’integrazione con le Smart TV
L’ultimo passaggio di questa fase è l’incontro con lo standard HbbTV. Sulle Smart TV connesse a Internet, il Televideo non passa più da un decoder hardware dedicato, ma da un’applicazione software integrata nel televisore.
Il risultato è un servizio che appare più pulito e leggibile, grazie a caratteri più definiti, ma che mantiene la stessa struttura di sempre: pagine numerate, navigazione semplice, contenuti essenziali. Dietro c’è una tecnologia diversa, davanti resta tutto familiare.
Questa integrazione permette al Televideo di continuare a esistere anche su apparecchi che non supportano più il vecchio sistema analogico. Cambia il modo in cui arriva allo schermo, non il modo in cui viene usato.

La “cortina” del teletext
Guardando fuori dall’Italia, il destino del teletext si divide in modo netto. Da una parte c’è l’Europa continentale, dove il servizio resiste, dall’altra il mondo anglosassone e il Nord America, dove il teletext si è spento o non ha mai davvero funzionato.
L’Italia si colloca chiaramente nel primo gruppo.
Il caso americano: troppi standard, costi fuori scala
Negli Stati Uniti il teletext è stato un fallimento. Non per mancanza di tecnologia, ma per un insieme di scelte sbagliate.
Il primo problema è la frammentazione. Mentre l’Europa converge su uno standard comune, negli USA convivono sistemi diversi e incompatibili. Il principale è il NABTS, derivato da modelli canadesi e francesi, tecnicamente avanzato ma costoso. I produttori di televisori non sanno su cosa puntare e restano fermi.
Poi c’è il nodo decisivo: il prezzo. In Europa il decoder viene integrato nei televisori a costi minimi. Negli Stati Uniti resta un dispositivo esterno da acquistare a parte. Nei primi anni Ottanta un decoder Zenith costa tra i 150 e i 200 dollari, a cui si aggiunge un abbonamento mensile. Una soglia troppo alta per un servizio percepito come accessorio.
Infine manca un soggetto forte che faccia da traino. Senza un servizio pubblico centrale come la RAI o la BBC, le grandi reti commerciali americane non vedono un ritorno sufficiente e abbandonano il progetto. Il risultato è un sistema che non decolla mai.
Il mondo anglosassone: spegnere per scelta
Diversa la storia nel Regno Unito, dove il teletext nasce e poi viene spento.
Il Ceefax della BBC viene disattivato il 23 ottobre 2012, in coincidenza con lo switch-off analogico finale. La decisione è politica e regolatoria: liberare frequenze e spingere i servizi digitali interattivi come il Red Button.
L’Irlanda segue la stessa strada. Il servizio RTÉ Aertel chiude nel 2023, con una motivazione molto concreta: difficoltà tecniche nel mantenere sistemi ormai obsoleti e spostamento dell’utenza verso app e piattaforme online.
La conseguenza è la scomparsa completa del teletext dalle Isole Britanniche, con un impatto diretto su quella parte di pubblico meno digitalizzata.
L’Europa continentale: il fronte che resiste
Il quadro cambia radicalmente spostandosi nell’area mitteleuropea e nordica. Qui il teletext resta un elemento centrale del servizio pubblico.
In Germania, ARD Text e ZDF Text continuano a essere molto usati, con milioni di consultazioni settimanali. Sono considerati strumenti affidabili, soprattutto per notizie rapide e verificabili.
In Svizzera, SRF Text mantiene una base solida di utenti quotidiani. In un paese multilingue, la chiarezza dell’interfaccia e la velocità di consultazione restano un vantaggio concreto.
Nei Paesi nordici il teletext non solo sopravvive, ma trova nuovi usi. In Finlandia con YLE e in Svezia con SVT, diventa anche uno spazio per sperimentazioni artistiche e progetti culturali.
Dentro questo scenario l’Italia si muove in modo coerente. Non raggiunge i numeri tedeschi, ma condivide la stessa impostazione: il teletext viene trattato come un servizio pubblico essenziale, non come un prodotto da abbandonare quando cambia il mercato digitale.
La cortina di ferro: lo status in Europa (al 2025)

Estetica e cultura: nostalgia digitale e nuova vita del Televideo
Negli ultimi anni il Televideo ha iniziato a vivere una seconda vita, diversa da quella informativa. E’ cambiato lo sguardo di chi lo osserva.
La sua rigidità tecnica – griglia fissa 40×24, otto colori, niente audio – ha prodotto un’estetica immediatamente riconoscibile, oggi riscoperta e valorizzata.
Quello che per decenni è stato solo un limite diventa un linguaggio visivo. Nascono così la Teletext Art e una forma di pixel art che usa le pagine del Televideo come se fossero tele digitali. Ogni vincolo diventa parte del gioco: pochi colori, caratteri squadrati, spazio ridotto.
Questa riscoperta arriva anche nei circuiti ufficiali. Nascono eventi come l’International Teletext Art Festival, realizzato in collaborazione con emittenti pubbliche come YLE e ARD. Gli artisti lavorano direttamente sulle pagine del teletext, creando opere che vengono trasmesse nel segnale televisivo reale, non in simulazione.
In parallelo, sui social italiani cresce un altro fenomeno. Account dedicati condividono schermate del Televideo non per le notizie, ma per il colpo visivo: colori piatti, font grezzi, impaginazione essenziale. Un’estetica che viene associata al mondo vaporwave e alla nostalgia digitale.
La pagina del Televideo viene percepita come un oggetto “pulito”. Niente banner, niente pubblicità che inseguono l’utente, niente tracciamenti. Solo testo e colore.
Questo ha contribuito a trasformarlo in un’icona pop trasversale, capace di parlare sia a chi lo ha usato per decenni sia a chi lo scopre oggi come oggetto culturale.
Senza cambiare forma, il Televideo ha cambiato ruolo. Da strumento quotidiano a simbolo visivo di un’idea diversa di digitale.
Lo stato dell’arte nel 2026: dove sta oggi il Televideo
Chi lo usa ancora (e perché)
A 42 anni dalla nascita, il Televideo della RAI continua ad avere un pubblico solido. Non enorme come negli anni Novanta, ma stabile e ben definito.
Misurarlo non è semplice: i dati Auditel tradizionali non riescono a fotografare l’uso pagina per pagina, ma i report interni e il traffico web e app raccontano una storia chiara.
Nel biennio 2024–2025 si parla ancora di milioni di consultazioni al mese, con picchi evidenti durante eventi sportivi (la pagina 200 resta un classico per il calcio in diretta) o nei momenti di crisi politica e istituzionale.
L’utenza si distribuisce in tre gruppi principali:
- La “guardia vecchia”: over 60 che trovano il Televideo più leggibile, diretto e affidabile rispetto allo smartphone.
- La comunità sorda: per cui la Pagina 777 e i servizi di accessibilità restano fondamentali.
- I pragmatici: utenti di tutte le età che cercano informazioni secche – meteo, borsa, risultati – senza grafica invasiva o pubblicità.
Tre pubblici diversi, uniti dallo stesso bisogno e che, negli anni, hanno dato fiducia a questo servizio. Tanto che, nel 2024 per i 40 anni di servizio, la Rai ha organizzato un’iniziativa “Televideo 40 – Raccontaci il tuo televideo” per raccogliere testimonianze e ricordi degli utenti. Tra i tanti messaggi pubblicati a questo link ne peschiamo uno:
Sembra incredibile, ma pensandoci sono già 40 anni che ogni sera, uno degli appuntamenti fissi, prima di dormire, sia sfogliare le pagine del televideo, col passare del tempo, nonostante i quotidiani, con l ‘avvento poi di internet ,degli smartphone, tablet, il televideo tramite la tv, è rimasto immutato nel tempo, sono cambiati i televisori, prima a tubo catodico, poi a schermo piatto, tecnologia plasma, LCD o LED, 3D, 4K,ma tu sei rimasto insostituibile, fedele, sempre in splendida forma.
ti auguro altri 40 anni e più! non cambiare mai amico mio.
Con affetto
Alberto
Il futuro secondo la RAI
Nel medio periodo, il futuro del Televideo è messo al sicuro dal Piano Industriale RAI 2024–2026, approvato dal Consiglio di Amministrazione. Il documento, che punta a rafforzare la RAI come media company digitale, non prevede alcuna dismissione del servizio.
Anche il Contratto di Servizio 2023–2028 con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ribadisce il ruolo del Televideo su accessibilità, inclusione sociale e informazione di base. Tutti ambiti in cui il servizio è già operativo da decenni.
La strategia è chiara: mantenimento efficiente.
Il Televideo costa pochissimo rispetto alla TV lineare. Una redazione ridotta, molti flussi automatizzati, aggiornamenti continui. A fronte di questo, garantisce un ritorno elevato in termini di utilità pubblica.
C’è anche un aspetto spesso sottovalutato. In un’epoca in cui le reti IP possono essere fragili, sovraccaricate o attaccate, il teletext broadcast resta un canale robusto, difficile da bloccare e adatto anche alla comunicazione d’emergenza.
Nel 2026 il Televideo non è un residuo da trascinare. È un servizio a basso costo, alto valore e con una funzione precisa, ed è per questo che, molto probabilmente, continuerà a restare acceso.
La storia del Televideo in Italia è una storia particolare. Nasce come soluzione tecnica per risparmiare banda e finisce per diventare uno degli strumenti informativi più longevi del servizio pubblico. Una grafica essenziale, pensata senza ambizioni estetiche, si trasforma col tempo in un segno visivo riconoscibile. Un sistema percepito come lento riesce a restare in piedi in un mondo che corre sempre più veloce.
Il confronto internazionale chiarisce un punto fondamentale: non è la tecnologia, da sola, a decidere la sorte di un mezzo. Negli Stati Uniti il teletext viene schiacciato da costi e frammentazione. Nel Regno Unito viene spento per scelta, in nome dell’innovazione continua. In Italia – e più in generale nell’Europa continentale – sopravvive grazie a una diversa idea di servizio pubblico e a un rapporto più conservativo, ma anche più stabile, con i media.
Nel 2026 il Televideo della RAI resta uno spazio distinto dal resto del digitale. Un luogo ordinato, finito, senza notifiche, senza video automatici, senza inseguimenti pubblicitari. Le notizie stanno ferme, aspettano di essere cercate.
È proprio questo il suo punto di forza.
Finché ci sarà bisogno di informazioni chiare, sintetiche e accessibili a tutti, quelle pagine da 40×24 continueranno a essere consultate. E la Pagina 100, silenziosa e immutabile, resterà accesa nei salotti italiani.





