Il terzo conduttore di Sanremo è il pubblico del Teatro Ariston
sanremo 2026 pubblico

Dai fischi per i Placebo e contro le classifiche ai cori per Sal Da Vinci: come il pubblico dell’Ariston ha rotto il protocollo diventando protagonista di Sanremo.

Le teche Rai, così come i tanti racconti di storia del Festival di Sanremo ci hanno sempre riportato una fotografia dell’evento istituzionale che passa anche dal pubblico che ha animato sia il Teatro del Casinò che l’Ariston: impettito, silenzioso, pronto a scattare in un applauso educato solo al termine dell’esibizione. Dimenticate tutto. Negli ultimi anni, e in questo Sanremo 2026 targato Carlo Conti in modo particolare, la platea e la galleria dell’Ariston hanno smesso di fare da sfondo per diventare, a tutti gli effetti, un co-conduttore aggiunto. Ma di quelli imprevedibili, che non leggono il gobbo e che, spesso, mettono in crisi il cerimoniale.

La fine della “Sacralità” (e meno male!)

Il protocollo sanremese è sempre stato una gabbia dorata. Ma oggi quel muro invisibile tra palco e poltrone è crollato. Non sono più solo “spettatori”, sono fan, ultras della musica, gente che ha voglia di esserci. Quando senti il coro “SA-LI SU! SA-LI SU!” che sale prepotente dalla galleria — come accaduto con Achille Lauro, Laura Pausini o il travolgente Lillo — capisci che il pubblico non vuole più solo guardare lo show: vuole farne parte.

È un’interazione orizzontale che rompe la rigidità del passato. Il pubblico non vuol più stare ad ascoltare il canto, ma ti sta dicendo “noi siamo qui insieme a fare festa“. Qualcuno vedrà tutto questo come una cafonata, ma non è nulla di ciò. E’ solo la più normale necessità di rendersi partecipi ad un evento che accomuna, alleggerisce, lascia evadere la mente per una settimana.

L’Ariston come termometro

Ma attenzione, questa esuberanza non è nata oggi. L’Ariston è sempre stato un termometro sensibilissimo, capace di scaldarsi per amore, gelarsi per sdegno o rendersi partecipe di momenti iconici. Ricordate il 1999? Lo sguardo di Fabio Fazio finì dritto su quella coppia di turisti giapponesi addormentati in galleria: un’immagine cult che raccontò, meglio di mille critiche, un calo di ritmo del Festival.

Se però il sonno pare quasi una critica silenziosa, il ruggito dell’Ariston sa essere brutale. Nel 2001, al primo e unico Sanremo di Raffaella Carrà, Brian Molko dei Placebo uscì tra i fischi e i cori di “Scemo! Scemo!” dopo aver sfasciato la chitarra sul palco. Lì il pubblico si fece custode della “sacralità” del tempio, punendo quella che venne percepita come una mancanza di rispetto verso l’istituzione.

Quando la platea “fa” la classifica

Il momento in cui il pubblico diventa sovrano è però la proclamazione dei risultati. Quando la percezione in sala non corrisponde al verdetto, scoppia l’insurrezione:

  • Il 2010 e il lancio degli spartiti: La protesta per il podio di Pupo e il principe Filiberto vide persino l’orchestra ribellarsi.
  • Il 2017 del “tradimento” ai big: I boati di disappunto per l’eliminazione di pilastri come Al Bano e Gigi D’Alessio, che lasciarono la sala in uno stato di shock elettrico.
  • Il 2019 e il grido per Loredana: Il coro “Loredana! Loredana!” per l’esclusione della Bertè dal podio è ancora oggi uno dei momenti di contestazione più viscerali mai visti in diretta.

Il boato per Sal Da Vinci e il “Fattore Conti

Oggi, questa tendenza ha raggiunto il suo apice. La standing ovation per Sal Da Vinci in questa edizione – già vista alla prima e alla terza serata – è stata così potente da mettere quasi in difficoltà la “macchina” Conti, che ha dovuto ricordare a tutti: “Ma è in gara!”.

Dalle urla di complimenti improvvisate dai primi posti, fino al mitico “ballo della foca” di Rocco Papaleo del 2012 (che trasformò il teatro in un villaggio vacanze), l’Ariston ha capito di avere un potere enorme: quello di spostare l’attenzione, di creare il “caso” e di costringere il conduttore a improvvisare.

Questa nuova esuberanza è la vittoria della TV moderna su quella istituzionale. Sanremo è diventato un evento popolare totale dove la platea non è più una cornice, ma il cuore pulsante, rumoroso e meravigliosamente indisciplinato del racconto.

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